LA LIBERTA’ D’INFORMAZIONE IN ITALIA

agosto 29, 2006

di Lorenzo Ansaloni
berlusleone.jpg

[questo documento è stato pubblicato su Asfalto Bagnato, il blog di Lorenzo Ansaloni (g.d.m.)]

“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire” (George Orwell)

Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l’Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d’informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere.
Mi sono preso la briga di fare una ricerca a proposito del tema “libertà d’informazione in Italia”. È un argomento che spesso accende gli animi nel nostro paese e volevo esaminare la questione con una certa equanimità, racimolando le informazioni attraverso un mezzo (Internet) che ancora non risente in maniera apprezzabile della censura e dando una netta preferenza a documenti ufficiali di organi o istituzioni autorevoli.
Va da sè che, per non incorrere in una sorta di petitio principii, ho usato fonti internazionali (prevalentemente in inglese ma ho cercato di tradurre il piu’ fedelmente possibile i paragrafi citati). Se infatti fosse vera l’ipotesi di una compromessa libertà d’informazione in Italia, questo ci dovrebbe portare a ritenere le fonti italiane “compromesse” e, almeno parzialmente, non affidabili da cui nel dubbio la preferenza per fonti internazionali sicuramente piu’ lontane dai teatrini televisivi della politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti.

Quello che emerge è un quadro che, fin dalle sue origini, non è mai stato particolarmente roseo:

“According to the information received by the Special Rapporteur, the public television network RAI has been strongly politicized since its creation in 1954. At the time, and until the major political changes of the end of the 1980s, Italian public television was controlled by the political party in power, the Christian Democrats.” [In accordo con le informazioni ricevute dallo Special Rapporteur, il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All’epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni ’80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana].
(Dal rapporto dell’esperto dell’ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo).

Mi sembra una ricostruzione storicamente fedele dei fatti. Affermare che in Italia il problema della libertà d’informazione nasce con il Governo Berlusconi sarebbe fuorviante. Tuttavia, stando ai rapporti e ai documenti ufficiali delle principali ong e istituzioni prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione.

Una carrellata non esaustiva ma quasi:

1- Reporters sans frontiers (http://www.rsf.org/) è un’autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro. Ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi (167 in quello del 2005).
Il rapporto 2005 vede l’Italia al 42esimo posto, dietro il Costa Rica, ultima tra tra le nazioni dell’Europa Occidentale e considerata, a livello di libertà d’informazione, solo “parzialmente libera”. Il rapporto è disponibile qui.
L’Italia era 39sima nel 2004, 53sima nel 2003 e 40esima nel 2002.

2- La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) nella risoluzione 1993/45 del 5 marzo 1993 decise di istituire la figura del “Special Rapporteur” al fine di promuovere e proteggere il diritto alla libertà di espressione. Il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto sulla situazione italiana dell’esperto incaricato: il keniota Ambeyi Ligabo. Il documento è disponibile qui.
Il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche della libertà d’informazione in Italia includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lotizzazione ai giorni nostri.
Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l’anomalia italiana:
a) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti);
b) il conflitto d’interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.);
c) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica.
La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni. Mi sembra di un certo interesse riportare almeno le seguenti:
“The Special Rapporteur encourages the authorities to take the necessary measures to depoliticize the media sector, in particular regarding the management of the public television and the allocation of subsidies to the print media” (73). [Lo Special Rapporteur incoraggia le autorità a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata].
“The Special Rapporteur strongly recommends that the issue of conflict of interest, in particular concerning the President of the Council of Ministers, be further analysed, in consultation with all concerned actors, in order to find a sustainable solution whereby influence by the political sector in the media would be significantly reduced” (74). [Lo Special Rapporteur raccomanda fortemente che la questione del conflitto d’interessi, con particolare riferimento al Presidente del Consiglio dei Ministri, sia ulteriormente analizzata, consultando tutte le parti interessate, al fine di trovare una soluzione percorribile attraverso la quale l’influenza politica nei media possa essere significativamente ridotta].

3- L’International Press Institute (http://www.freemedia.at/) è nato intorno agli anni cinquanta e oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha membri in 120 paesi nel mondo.
Gioca un ruolo consultivo per L’UN (ONU), l’UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà d’informazione su vari fronti.
Non pubblica una vera e propria statistica o classifica ma un “World Press Freedom Review”. Quello inerente l’Italia (2004 reperibile qui, e denuncia un quadro preoccupante per una democrazia occidentale.
Valga a titolo d’esempio il solo incipit:
“Italy has a special place in Europe with regard to freedom of the media because in no European country does the prime minister, the head of the government, who is the politician that can exert the most power over the state media, own most of the other broadcasting media, and many of the print media”. [Per quanto riguarda la libertà dei media, l’Italia ha un posto speciale in Europa in quanto in nessun altro paese il Primo Ministro, capo del governo (il politico che può esercitare il maggior potere sullo stato dei media), possiede la maggior parte degli altri media televisivi e e molti dei quotidiani nazionali].

4- L’European Federation of Journalists (EFJ) (http://www.ifj-europe.org/) è l’organizzazione europea dell’International Federation of Journalists (IFJ) (http://www.ifj.org). L’ EFJ, rappresentando circa 280.000 giornalisti in 30 paesi, è la piu’ grande organizzazione giornalistica in Europa.
In base a una risoluzione addottata nel Meeting di Praga del 2003, l’EFJ si è impegnata ad investigare la situazione dei media in Italia. Il risultato di tale sforzo è il rapporto “Crisis in Italian Media: How Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure” (disponibile qui), che già dal titolo non lascia presagire una situazione rosea.
Le conclusioni sono riassunte in otto punti. Mi limito a citare il primo:
“It is impossible not to conclude that the media crisis in Italy is profound and serious. There is a deeply flawed system of management, a lack of public awareness, an element of political paralysis, and a deep sense of professional unease within Italian journalism about the future of media.” [E’ impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C’è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media].

5- Freedom House (www.freedomhouse.org) è un’associazione no profit fondata piu’ di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa.
Nel corso degli anni Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa denunciando sistematicamente le numerose violazioni in U.S.A. e nel mondo. È presente a livello mondiale con sette sedi sparse tra U.S.A. e Europa.
Ogni anno pubblica un rapporto teso a fornire un quadro a livello mondiale sull’indice di libertà di stampa e d’informazione. Nel rapporto 2004 (disponibile qui), l’Italia è al 74esimo, ultima tra le nazioni dell’Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana e Papua Nuova Guinea e considerata a livello di libertà d’informazione solo “parzialmente libera”.
Nel rapporto 2005 (che non sono riuscito a trovare on line sul sito) l’Italia è sempre considerata parzialmente libera ma al 77esimo posto.

6- “L’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) (http://www.osce.org/) è una organizzazione di sicurezza paneuropea i cui 55 Stati partecipanti coprono l’area geografica da Vancouver a Vladivostok. Quale accordo regionale ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, l’OSCE si è autodefinita strumento fondamentale nella sua regione per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa” (dal sito del ministero degli esteri). gasparrr.jpg

Il 7/6/2005 l’OCSE pubblica un rapporto dal titolo: “Visit to Italy: The Gasparri Law” che passa nel quasi silenzio totale. Il documento è reperibile qui.

Non solo è un esame della legge Gasparri ma un’ottima ricostruzione storica di quella che viene chiamata “Italian anomaly”. Ripercorre gli albori della lotizzazione, passa per la legge Mammì e mette in guardia contro l’eccessiva concentrazione dei media televisivi. Sanziona l’incompatibilità d’interessi del Primo Ministro:
“In a democracy, it is incompatible to be both in command of news media and to hold a public post”. [In una democrazia è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico].
Riconosce alcuni meriti e innovazioni nella legge Gasparri ma avverte: ”The Gasparri Law is not likely to remedy the Italian anomaly” [La legge Gasparri probabilmante non risolverà l’anomalia italiana].

7- Il Parlamento Europeo (http://www.europarl.eu.int/) ha approvato (22/04/2004) il testo del rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak dal titolo “Relazione sui rischi di violazione, nell’UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione” con 237 si, 24 no e 14 astenuti. Il rapporto è reperibile qui.
Il rapporto è il linea con i precedenti documenti e rileva che “uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset”. (cfr. pag 17) [da una traduzione italiana non più disponibile on line].
Non si sbilancia in un analisi storica delle ragioni dell’anomaila italiana ma costituisce un ottimo compendio sulla critica realtà mediatica italiana redatto da una fonte autorevole quale il Parlamento Europeo.

8- L’Helsinki Final Act è il risultato finale della Conference on Security and Cooperation in Europe tenutasi ad Helsinki nel 1975 tra vari paesi (U.S.A., Canada, Unione Sovietica e la quasi totalità dei paesi europei). Per monitorare la parte dell’accordo inerente i diritti umani fu creata la Helsinki Watch (associazione indipendente non governativa) che divenne la International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) (http://www.ihf-hr.org/) in seguito ad una conferenza del 1982 tra i comitati costituenti.
Ogni anno, l’IHF pubblica un rapporto per un quadro generale sul rispetto dei diritti umani. Il rapporto 2005 inerente l’Italia è reperibile qui.

Mi limito a riportarne un breve stralcio:
”The main human rights concerns in the field of media freedoms were the high level of media concentration, governmental control over public radio and television, inadequate legislation to protect journalistic sources, and the continued criminalization of defamation through the media.” [Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della liberta’ d’informazione, sono l’alto livello di concentrazione e controllo governativo sopra radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche (NdT: ma recentemente e’ stata approvata una nuova legge) e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media].

9- Il Consiglio d’Europa (Council of Europe) (http://www.coe.int ) è la più vecchia organizzazione politica del continente (1949): raggruppa 46 paesi, tra cui 21 Stati dell’Europa centrale e orientale (Italia compresa) ed è un’organizzazione distinta dall’Unione europea dei “25”. Il Consiglio d’Europa è stato istituito allo scopo di:
– tutelare i diritti dell’uomo e la democrazia parlamentare e garantire il primato del diritto;
– concludere accordi su scala continentale per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri;
– favorire la consapevolezza dell’identità europea, basata su valori condivisi, che trascendono le diversità culturali.
Il 3 giugno 2004 il Consiglio d’Europa pubblica un rapporto (Doc. 10195) dal titolo: “Monopolisation of the electronic media and possible abuse of power in Italy” a cui fa seguito la “Resolution 1387”. Il documento è reperibile qui, mentre le risoluzioni si possono trovare qui.

L’incipit del rapporto dà un idea dei contenuti:
“The concentration of political, commercial and media power in Italy in the hands of one person, Prime Minister Silvio Berlusconi, is recognised as an anomaly across the political spectrum.” [La concentrazione in Italia del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una persona, il Primo Ministro Silvio Berlusconi, è riconosciuta come un anomalia in tutto lo spettro politico].
E ancora: “The Assembly deplores the fact that several consecutive Italian governments since 1994 have failed to resolve the problem of conflict of interest and that appropriate legislation has not yet been adopted by the present Parliament.” [L’Assemblea deplora il fatto che diversi governi italiani succedutisi consecutivamente dal 1994 abbiano fallito nel risolvere il problema del conflitto d’interessi e che appropriate misure legislative non siano state adottate dal presente governo].

10- L’Open Society Institute (OSI) (http://www.soros.org) nasce nel 1993 ad opera di George Soros come fondazione tesa a promuovere il rispetto dei diritti umani e riforme sociali e economiche. Fa parte della Soros foundations network che comprende piu’ di 60 paesi. L’11/10/2005 l’ EUMAP (un progetto – iniziativa dell’OSI) (http://www.eumap.org) pubbica un autorevole studio dal titolo “Television Across Europe: Regulation, Policy, and Independence”.
L’analisi complessiva e suddivisa in tre volumi, piu’ il rapporto introduttivo di 337 pagine ed è reperibile qui.
Il rapporto inerente l’italia è reperibile invece qui (in inglese). Oppure, in italiano, sono disponibili i rapporti dedicati al singolo stato qui e qui. Un’altra traduzione in italiano si può trovare anche qui.

Cito dalla traduzione italiana: “La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l’eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto “anomalie italiane”. Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell’Europa Centrale e Orientale.”
E ancora: “Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell’informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l’inefficacia delle norme per garantire un’informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell’evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del “conflitto di interessi”,che affligge da tempo il panorama politico italiano.”
E per concludere: “In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il “contratto di servizio” che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della “lottizzazione”, ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica.”

11 – Nel settembre 2002 la Commissione Europea crea un network> di esperti in diritti umani in risposta alle raccomandazioni espresse nel rapporto del Parlamento Europeo inerente lo stato dei diritti umani in Europa (2000) (2000/2231(INI)).
Ogni anno il network di esperti redige un rapporto, quello inerente l’Italia (2004) è reperibile qui.
L’analisi condotta, prende in esame alcuni dei documenti proposti nella presente lista e conferma sostanzialmente la gravità e l’anomalia del caso italiano:
“It seems possible to agree with those taking the issue of pluralism and interconnection between the political and media power as serious, in particular after the new legislation of 2004” (Nda: la legge Gasparri) (pag. 41). [Ci sembra possibile concordare con coloro i quali ritengono che la questione del pluralismo e della commistione tra potere politico e mezzi d’informazione sia seria, in particolare dopo la nuova legislazione del 2004 (NdT: la legge Gasparri)].

Ribadisce il conflitto di interessi tuttora irrisolto che sta portando congrui ed ingiustificati benefici a Mediaset:
“the imbalance between press and television, that absorbs the 60 per cent of the overall mass media advertising spending; the substantial monopoly of privately-owned television, with Mediaset that continues to show a significant increase in income and revenues every year, thanks to the “dragging effect” of the “Berlusconi-Prime Minister” factor” (pag 41). [Lo squilibrio tra stampa e televisione, che assorbe il 60% delle spese totale per la pubblicita’ sui mass media; il sostanziale monopolio della televisione privata, con Mediaset che continua a mostrare un significativo incremento di entrate e di reddito ogni anno, grazie all’effetto trascinante del fattore “Berlusconi-Primo Ministro”].

Mette in risalto la sostanziale omologazione al potere politico dei media italiani:
“At the end of 2004 all the three Mediaset news are edited by journalists with similar political ideas” pag. 43). [Al termine del 2004 tutti e tre i telegiornali di Mediaset sono diretti da giornalisti con idee politiche simili].

Mentre: “The first two Rai news seem to have assumed the role of loudspeakers for the executive, the third for the opposition” (pag. 42). [I telegiornali delle due prime reti RAI sembrano aver assunto il ruolo di altoparlanti per l’esecutivo, quello della terza rete per l’opposizione].

E l’assenza di un’alternativa effettiva “does not allow the “removed” professionals to practice their job with another broadcaster” (pag. 42). [Non permette ai professionisti “rimossi” di praticare la loro attivita’ per un altro canale o per un’altra compagnia televisiva].

E concludendo:
“The overall performance of the present Italian broadcasting system does not appear to reflect the significant check-and-control role that is traditionally attributed to the media in an advanced democracy and the Law n. 112 of 2004 seems to move away the system from this goal, although a complete evaluation is put off until its effective application” (pag. 43). [La prestazione complessiva dell’attuale sistema televisivo italiano non sembra riflettere il significativo ruolo di “controllo e verifica” che tradizionalmente viene attribuito ai media in una democrazia avanzata e la legge n. 112 del 2004 (NdT: legge Gasparri) sembra allontanare il sistama da questo obiettivo, sebbene una valutazione completa sia da rimandarsi fino alla sua effettiva applicazione].

Pubblicato Marzo 11, 2006 03:45 PM

Annunci

La persecuzione contro Paolo Persichetti

agosto 29, 2006

persichetti1permessi.jpgNon usufruirà di permessi, Paolo Persichetti. Dopo quattro anni di carcere maturato a partire dall’arresto in Francia (in relazione alle indagini sul delitto Biagi, con cui niente c’entrava), Persichetti sconta una condanna per concorso nell’omicidio Giorgianni. Francesco Cossiga più volte ha fatto appello ai magistrati e alla pubblica opinione perché il regime carcerario a cui Persichetti è costretto fosse perlomeno attenuato (l’uomo è stato sballottato da una prigione all’altra per tutta la Penisola) e perché con la sua liberazione si incominciasse un serio dibattito che preludesse alla chiusura degli strascichi di una stagione che il carcere non storicizza. Ora che ne ha il diritto, Persichetti ha fatto domanda per qualche ora di libertà. Negata: il magistrato si è preso la briga, esaminando una domanda considerata routine, di svolgere opera ermeneutica sul libro Esilio e castigo, scritto in carcere e pubblicato in Francia e in Italia.

Secondo la giudice, alla lettura del testo di Persichetti si associa la sensazione di un’avversione nei confronti dello Stato che contrasta con il sistema giuridico democratico – come se invece Toni Negri fosse amico dello Stato, e Curcio anche. Una negazione di libertà che a questo punto si fa esplicita: non è nemmeno più fondata su fatti, ma direttamente su idee. La maschera è sollevata. Persichetti non disporrà di alcun permesso per idee che sono, peraltro, la premessa maggiore alla conclusione del libro: la richiesta di un processo storico di rappacificazione, una soluzione concreta a una stagione drammatica che lo Stato italiano sembra volere tenere spalancata come una ferita da cui sangue reale e sangue mnemonico continua a fuoriuscire.
Pubblichiamo, per solidarietà a Paolo Persichetti, un suo intervento. In calce, i particolari del suo libro, prefato da Erri De Luca.

IL PASSATO RIMOSSO, IL FUTURO CHE MANCA
La vicenda della lotta armata in Italia incombe sul presente anche perché non si è mai voluto procedere a un confronto sulle ragioni che la determinarono. E gli epigoni si sono potuti giovare di questa rimozione.
di Paolo Persichetti
[da Liberazione, 15 aprile 2005]

persichetti2permessi.jpgEra una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillante successo operativo dopo l’attentato mortale contro Marco Biagi, ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi. Fu così che all’alba del giorno seguente venni scambiato nel tunnel del Monte Bianco. Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori di ogni trasparenza, concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dal chiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Quella furtiva consegna celava una flagrante violazione della legalità internazionale: una persona non può essere estradata per dei fatti posteriori a quelli indicati nel decreto, in assenza di una nuova richiesta e previa verifica del suo fondamento. Pur di avallare il teorema della centrale francese le autorità hanno agito aggirando tutti gli obblighi previsti dalla convenzione europea sulle estradizioni. I passati rivoluzionari faticano a diventare storia, adagiati nel limbo della rimozione, periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro che manca. La concomitanza con l’anniversario dell’11 settembre ricordava quanto la musica nel mondo fosse cambiata. Era tempo ormai per un forte richiamo all’ordine, alla riaffermazione dell’autorità, al rispetto assoluto della legge, al ripristino della certezza della pena. In un fondo di Barbara Spinelli, intitolato “Gli assassini tornano di moda”, venivo seriamente redarguito perché i prigionieri e i rifugiati non avevano mai fatto atto di pubblico pentimento. Poche settimane più tardi, nel silenzio cimiteriale di una cella d’isolamento, una lettera anonima riprendeva l’argomento consigliandomi di collaborare con la giustizia,se volevo uscire da quella sentina della terra. Una richiesta surreale che undici anni dopo cercava ancora le prove del verdetto emesso in corte d’appello.
Alla fine di una lunga trafila burocratica, anche il magistrato di sorveglianza non ha autorizzato i permessid’uscita perché «non risulta che abbia pubblicamente assunto posizioni di dissociazione della lotta armata, tanto più necessaria alla luce della grave recrudescenza del fenomeno terroristico dichiaratamente ispirato all’ideologia delle Brigate Rosse». Una richiesta irricevibile poiché costituirebbe una resa di fronte a trattamenti differenziali e premiali che hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Diceva a tale proposito di Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario». I diversi gruppi in cui erano divise le Brigate Rosse degli anni ’80, si sono estinti alla fine di quel decennio. Una netta discontinuità politica fu sancita dai militanti dell’epoca. Lo striminzito gruppo apparso solo più tardi, negli anni ’90, sotto la sigla Ncc, è sorto con un evidente intento polemico nei confronti dei fuoriusciti e dei prigionieri che durante gli ultimi grandi processi dell’87-89 hanno sancito la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Ogni confusione con le epoche precedenti è dunque ingiustificata e strumentale. Non ci sono ambiguità intrattenute. Chi sostiene il contrario nel ceto politico, nel governo o tra gli apparati investigativi e giudiziari, offre solo la prova di una sorprendente osmosi culturale, una micidiale simmetria d’atteggiamento con gli autori degli attentati D’Antona e Biagi. I quali hanno tutto l’interesse a rimuovere i percorsi politici condotti dagli ex militanti della lotta armata nel decennio ’90.
La dissociazione è l’esatto contrario di una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito che sosterrebbe nobili percorsi di distacco interiore, assolutamente liberi e disinteressati, ma un tipico modello di autocritica degli altri, che ricava vantaggio dall’esportazione delle proprie responsabilità. Paradossalmente il protrarsi della lotta armata, da cui essa pretende un cinico distacco, è il presupposto della sua forza contrattuale. Qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassare attraverso un tragitto assolutamente autonomo, sottratto a qualsiasi forma di connivenza o compiacenza col potere, come è avvenuto alla fine degli anni ’80
La riesumazione di questo vecchio arnese dell’emergenza, riporta strumentalmente indietro di decenni i percorsi politici realizzati. Una caricatura archeologica che si spiega con la maligna intenzione di costruire un nesso morale, in assenza di quello materiale, tra i militanti degli anni ’70-’80 e gli episodi del 1999 e del 2002. La responsabilità viene così ad assumere una singolare dimensione transitiva, utile per ricacciare indietro il timore di dover riconoscere che quei nuovi colpi d’arma da fuoco siano anche responsabilità di chi ha cullato il paese nella rimozione, di chi quell’oblio ha teorizzato e incensato, di chi in questo modo ha evitato imbarazzanti domande. Il rifiuto ostinato dell’amnistia, mantenendo gli insorti simbolicamente emarginati nei recinti carcerari o nei limbi disciplinari d’esistenze semipenitenziarie,ha congelatoil tempo, cristallizzato leepoche e tentato d’impedire a quel sapere incarcerato, aquelle esperienze sotto chiave o esiliate, di far valere le ragioni dell’irriproducibilità dei modelli di lotta armata trascorsi. Non anatemi morali ma autonome valutazioni politiche udibili dalle componenti sociali antisistema.Tutto questo è mancato. L’Italia è rimasta fedelmente ancorata alle politiche dell’urgenza, allo stato d’eccezione, ai modelli dell’abiura che hanno facilitato il reistallarsi della coazione a ripetere. L’esilio e il carcere hanno alterato la coscienza del tempo, rafforzando nella società la tentazione di considerare immutabile il rimosso. Negli anni passati, prigionieri e fuoriusciti, se non altro per quella saggezza che fuoriesce dal disagio di chi deve confrontarsi con circostanze sfavorevoli, hanno dovuto misurarsi con la sconfitta esplorandone gli aspetti più reconditi, vivendola sui propri tragitti esistenziali, tra esili senza asilo e castighi. All’anatema han no opposto la riflessione. Avrebbero potuto barricarsi nelle torri in cemento blindato delle carceri, trovare conforto nell’isolamento penitenziario che gli era destinato, arroccarsi nel dolor eper le vittime della propria parte, sentirsi l’emblema sacrificale di un martirio metastorico, vivere di una mortifera nostalgia che come scrive Milan Kundera, «non intensifica l’attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assorbita com’è dalla sofferenza». Invece hanno rifiutato tutto questo. Non si sono sottratti alla realtà mutata che rendeva obsolete le loro scelte passate. Hanno cercato, nonostante i muri e le sbarre, di andare oltre. Sono evasi dalla loro pena, sono fuggiti ai carcerieri rimasti a sorvegliare solo i fantasmi di unasocietà attardata, ancora madida di rancore contro le immagini vuote d’icone da odiare.
I “vincitori”, o quel che ne è rimasto, cosa hanno fatto? Adagiati sopra e poi travolti dagli stessi dispositivi concepiti per sconfiggere gli insorti non hanno saputo condurre a termine la benché minima elaborazione collettiva del lutto. Si rimproverano dei singoli per aver eluso un discutibile senso di colpa, mentre la società italiana è stata interamente conquistata dalla rimozione. Ciò che per i prigionieri e i rifugiati, ma anche per settori della società civile, è ormai storia, materia d’indagine e inchieste serrate da discutere con le tecniche fredde delle scienze sociali, per la quasi totalità del ceto politico e della magistratura resta una ferita aperta, una piaga viva che non può e non deve cicatrizzarsi. Allo scandaglio del lavoro storico si contrappone la venerazione di una memoria trasfigurata nel culto di un dolore non riassorbibile. Al lavoro d’incorporazione del passato, doloroso e conflittuale, si sostituisce un atteggiamento di rifiuto che fa di esso una trincea su cui attestarsi. L’elaborazione del lutto diventa in questo modo, secondo una consolidata tradizione inquisitoriale, uno strumento di bonifica delle coscienze che aggiunge alla sanzione sui corpi anche la correzione delle menti. Si afferma in questo modo una narrazione penitenziale della storia contrassegnata da totem e tabù, miti fondatori e comportamenti demonizzati. La complessità sociale degli eventi si riduce ad una rozza contrapposizione tra bene e male, il decennio dei movimenti e dei conflitti diventa storia di delitti. I fatti perdono ogni loro dimensione sociale per acquistare unicamente rilevanza penale mentre la militanza si confonde con la devianza. Come in un perfetto esorcismo, gli anni ’70 diventano il capro espiatorio del Novecento italiano, il capitolo che manca al livre noir du communisme.
A conti fatti, riflettere su questo passato che non passa, cercando di non farlo restare un’ancora, un peso, una zavorra, ma di scioglierlo nel presente, si è dimostrato una inutile fatica di Sisifo. Uno sforzo vano e inviso, causa di pregiudizio e di sospetto perché non recuperabile e integrabile attraverso logiche premiali e dissociative, ma quel che è peggio,oggetto di un vero e proprio misconoscimento, fatto nullo e non avvenuto, circostanza azzerata, pagina sbiancata.

persichettiesilioecastigo.jpgPaolo Persichetti
ESILIO E CASTIGO

Scritto in prigione e pubblicato per la prima volta in Francia, questo libro è la rappresentazione fedele di un caso di ingiustizia esemplare e costituisce uno stimolo efficace per la ripresa del dibattito sugli avvenimenti di quegli anni cruciali, al di là delle sciocchezze reticenti e delle turpitudini interessate che la vulgata ufficiale continua ad accreditare. Detenuto nel carcere di Viterbo, l’autore sviluppa qui una critica rabbiosa della procedura penale, di cui è divenuto ostaggio. Attraverso l’analisi della ‘democrazia giudiziaria’ e della ‘giudiziarizzazione’ dello spazio pubblico, Paolo Persichetti presenta una riflessione incalzante su problemi non risolti della società italiana, risalenti agli anni ’70, e che avevano già allora disvelato la natura classista e persecutoria delle istituzioni e le gravi responsabilità di una certa ‘sinistra’. La requisitoria dell’autore è di un’attualità scottante, in un’epoca in cui lo stato d’eccezione tende a imporsi nello spazio giudiziario europeo e, più in generale, a livello internazionale.

«La cella addosso a Paolo Persichetti è saldata con la fiamma fredda del rancore. Prima il raggiro, la truffa di una finta accusa per poterlo estradare, e la complicità dei funzionari che si sono prestati a trafugare un corpo in libertà per consegnarlo ai carcerieri. Poi la penitenza di scontare pene per le rivolte politiche del 1900 […]. Rancori: in Italia non si perdona l’azione di chi andò allo sbaraglio senza alcun tornaconto personale. Chiamano volentieri terrorismo qualunque azione non abbia un riscontro economico. Da noi si perdona tutto, purché commesso per arricchimento […]. Incomprensibile e perciò imperdonabile è la generazione politica della quale Paolo Persichetti è stato uno degli ultimi iscritti, il più giovane dei noialtri di allora». (Erri De Luca)

Paolo Persichetti (Roma, 1962) partecipa alle grandi lotte dell’inizio degli anni ’80. Nel 1987 è arrestato per organizzazione di banda armata. È poi accusato, senza elementi, di aver partecipato all’omicidio Giorgieri. Si rifugia in Francia, dove – nonostante la richiesta di estradizione che il governo francese ‘congela’ come per tutti i fuoriusciti – insegna scienze politiche all’Università di Parigi VIII. Nel 2002 è arrestato con la falsa accusa di complicità nell’uccisione di Marco Biagi, ed è estradato in Italia dove viene incarcerato a Viterbo.

Paolo Persichetti – ESILIO E CASTIGO – Città del Sole – 15 euro


I tre fronti – Prima parte

agosto 29, 2006

di SbancorNasrallah.jpg
L’Italia sta per mandare 3.500 soldati allo sbaraglio su quello che G.W.Bush ha definito “il terzo fronte” della guerra al terrorismo. Ma qual è il terzo fronte? Oggi è la frontiera libano-israeliana. Già lungamente ed inutilmente presidiata dall’UNIFIL. Ma dalla fine di agosto, quando l’Iran risponderà negativamente alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul nucleare, il Terzo Fronte, quello vero, sarà l’Iran e, forse anche la Siria.
Ora se valutiamo con spirito equanime l’andamento delle operazioni sugli altri due fronti, Afghanistan e Iraq, c’è di che rabbrividire.
Cito da fonte non sospetta: Alessandro Politi, in un paper intitolato Un multipolarismo difficile, presentato all’interno del Rapporto Nomisma “Nomos & Khaos” 2005:

“La guerra in Afghanistan (Operazione Enduring Freedom) rischia di essere persa. (…) Secondo le mappe pubblicate dall’ONU tra il giugno 2002 ed il febbraio 2004 la coalizione non solo non sta vincendo ma ha subito una costante erosione nel controllo delle province disputate. Se un tempo solo tratti della frontiera pakistana erano insicuri, ora lo è l’intera fascia frontaliera. Nel giro di un anno (aprile 2005) secondo mappe non pubblicate, il saliente ribelle nelle province di Uruzgan, Zabul, e Ghazni è aumentato del 20% circa sul totale (…) Concretamente dopo le azioni di disarmo e smobilitazione del luglio 2005, vi sono ancora dai 100.000 ai 180.000 irregolari in armi, dei quali 2-3000 combattenti talebani e irriducibili ed un centinaio di qa’edisti”.

Domanda: E gli altri chi sono? Le antiche milizie dei “signori della guerra e dell’oppio”? In parte sicuramente. Ma molti sono semplicemente afghani che di fronte alla distruzione dei villaggi, ai danni collaterali, all’uccisione di vecchi donne e bambini, ma soprattutto di fronte all’insipienza dell’intervento della coalizione e del governo fantoccio di Kabul, hanno semplicemente deciso che era più prudente rimanere in armi. Le corrispondenze di Gino Strada e di Vauro dal “fronte afghano” degli ospedali di guerra valgono molto più delle scempiaggini di analisti, esperti militari e giornalisti!
Certo, secondo Politi “se questa guerra viene persa, l’intera ONU e la coalizione militare impegnata nell’operazione subiranno lo stesso scacco politico patito dai sovietici nel 1988, con prevedibili effetti nelle minoranze arabe o mussulmane jihadiste o simpatizzanti”

Peccato che questo effetto l’abbiamo già ottenuto proprio con la “guerra afghana”: un’operazione di polizia che doveva individuare e catturare i vertici di Al Qa’eda ed arrestare (dead or alive) Osama bin Laden. Sono passati cinque, dico cinque anni. Osama e Zahwahiri sono ancora a piede libero – e qualcuno mi deve spiegare perché – e Enduring Freedom e Isaf – che militarmente sono la stessa cosa hanno fallito il loro obiettivo principale e sono divenute una “guerra coloniale”. E la storia insegna che le “guerre coloniali” in Afghanistan le hanno perse tutti, tranne Alessandro il Grande. Ma non mi sembra che la “coalizione” sia paragonabile alla falange macedone!

Ma continuiamo a leggere Politi: “La guerra in Iraq è invece persa. Sul piano strategico reale gli Usa avevano puntato a trasformare l’Iraq in un perno di manovra strategico nel Medio Oriente, con la possibilità di rimpiazzare le grandi basi perdute in Arabia Saudita di fronte alla pressione di Al Qa’eda e della casa regnante. A livello simbolico le forze USA oggi non riescono nemmeno a controllare l’autostrada che collega l’aeroporto di Baghdad alla Zona Internazionale, tanto è vero che gli spostamenti diplomatici avvengono solo in elicottero”

In più c’è la “Guerra Civile irachena” fra Sciiti e Sunniti, che potrebbe portare addirittura a uno “dissociazione” (è il termine che si usò in Jugoslavia) dello Stato Iracheno o a qualche forma molto radicale di federalismo. Vedi qui.
Solo nel mese di luglio ci sono stati 3.438 morti di morte violenta, secondo dati del Ministero della Sanità e della “Morgue”.
Centodieci morti al giorno. Più delle vittime complessive del conflitto israelo-palestinese. Nei primi sette mesi dell’anno i morti sono stati, sempre secondo fonti del governo iracheno, 17.776. E c’è la provincia di Bassora pronta a esplodere (vedi qui).
E c’è l’Iran che deve solo aspettare che l’Iraq o gran parte di esso finisca per gravitare nella sua area di influenza. Già è stato siglato un accordo sul petrolio fra Iran e Iraq.
“Secondo l’accordo, Baghdad spedirà a Teheran 100 mila barili di greggio al giorno. In cambio l’Iran invierà all’Iraq 2 milioni di litri di prodotti raffinati al giorno. Il trasporto del carburante avverrà in un primo momento su strada, ma le due parti non escludono la costruzione di un oleodotto che colleghi i due paesi. Si tratta di un risultato importante per l’Iraq, che e’ costretto spesso a importare derivati del petrolio a causa dei continui attacchi dei miliziani all’industria petrolifera. Un tempo estremamente tesi, i rapporti tra Baghdad e Teheran sono migliorati da quando un governo a maggioranza Sciita ha preso il potere a Baghdad.” (Repubblica online, 16 agosto 2006)

Le conseguenze mediatiche della guerra in Libano

La capacità di resistenza, per non dire la “vittoria”, degli Hezbollah contro l’esercito più forte del Medioriente, l’Idf, ha segnato probabilmente una svolta cruciale, che non riguarda solo il Libano.
Essa ha due conseguenze immediate, uno sul piano della comunicazione – che nella guerra al terrorismo è fondamentale – e un’altra sul piano della geopolitica dell’area.
Nonostante gli sforzi per attribuire agli “Hezb” l’etichetta di “terroristi”, compito a cui si è dedicata gran parte della stampa occidentale, e italiana in particolare, è sinceramente difficile convincere l’opinione pubblica che un gruppo così radicato nel Sud del Libano, rappresentato da due ministri nel governo libanese, alleato con forze come quelle del Generale Aoun, cristiano-maronita, un gruppo che gestisce ospedali, centri di assistenza e che ora manda i suoi militanti nelle aree colpite dai bombardamenti per fornire supporto alla popolazione, sia solo un gruppo di efferati “terroristi” (1).
Il che non esclude ovviamente che gli “Hezb” abbiano condotto operazioni con tecniche terroristiche.
Secondo l’israeliano Intelligence and Terrorism Information Center at the Center for Special Studies (CSS) Hezbollah sarebbe responsabile fra l’altro,

– dell’autobomba all’ambasciata americana di Beirut del 18 aprile 1983, (63 vittime)
– dell’autobomba contro le caserme dei marines e del corpo dospedizione francese in Libano il 23 ottobre dello stesso anno (241 marines e 58 paracadutisti francesi uccisi).
– dell’autobomba del 20 settembre 1984 contro un sito annesso all’ambasciata USA a Beirut Est (30 morti)
– dell’attentato alla AMIA, un centro ebraico a Buenos Aires nel luglio del 1994 (86 morti)
– dell’attentato all’ambasciata israeliana sempre a Buenos Aires nel1992.

Per dovere di cronaca: i primi tre attentati furono rivendicati dalla Jihad Islamica, un gruppo inizialmente proveniente dai “Fratelli Mussulmani” (sunniti) ma che dal 1979 manifestò simpatie per la rivoluzione khomeinista e che da tempo è considerato legato all’Iran. Sempre per dovere di cronaca. Secondo il CSS l’ex presidente argentino Carlos Menem, incassò, per ordine di Kamenei, una tangente da 10 milioni di dollari su una Banca Svizzera per depistare le indagine sull’attentato all’AMIA.
Ma di fronte al bombardamento indiscriminato di Beirut Sud molti, anche in Occidente, iniziano a pensare che fra lanciare bombe dagli aerei su pulmini carichi di profughi, su ambulanze o ricoveri di donne e bambini, e portarle con le proprie mani o peggio con il proprio corpo, non esista una differenza morale o etica rilevante. Al massimo sono diverse le tecnologie adottate.
E’ qui che incomincia a crollare la costruzione mediatica, ma anche giuridica della “Guerra al Terrorismo”.

Partiamo dalla normativa:a livello di Assemblea delle Nazioni Unite nel 1994 si definisce il terrorismo come degli: “Atti criminali intesi o calcolati per provocare uno stato di terrore nel pubblico in generale, o verso un gruppo di persone o particolari persone”.
Nel 1999 sempre l’Assemblea ONU, Risoluzione 54/164 al punto 3: “Ribadisce la propria assoluta condanna degli atti, metodi e pratiche terroristiche, in tutte le forme e manifestazioni, in quanto azioni che mirano alla distruzione dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della democrazia, minacciano l’integrità territoriale degli Stati, destabilizzano i governi legittimamente costituiti, colpiscono il pluralismo della società civile e pregiudicano lo sviluppo economico e sociale degli Stati”
Basterebbero queste due citazioni a dimostrare che il bombardamento del Libano è stata una azione terroristica. Non solo nel metodo ma anche nel merito. Seymour M. Hersh, il giornalista americano che scoprì la strage di My Lay in Vietnam, ha scritto su The New Yorker del 21 agosto che l’attacco al Libano era stato preparato da molto tempo prima e con il pieno consenso del Governo Americano. Non solo: “Secondo un ex membro dell’intelligence israeliana, il piano iniziale, così come schematizzato da Israele, prevedeva un massiccio bombardamento in risposta alla prossima provocazione degli Hezbollah. (…) Israele riteneva che prendendo di mira obiettivi come le infrastrutture del Libano, incluse le autostrade, i depositi di carburante, e perfino le strade normali e il principale aeroporto di Beirut, ciò avrebbe persuaso la maggior parte della popolazione Cristiana e Sannita del Libano a rivoltarsi contro gli Hezbollah”.Un magistrato direbbe che la fattispecie del reato di “terrorismo”, così come descritto dalla risoluzione dell’Assemblea dell’ONU si applicherebbe perfettamente al comportamento israeliano.Nonostante gli “Hezbollah” possano essere considerati una organizzazione “terroristica”, ciò che è apparso evidente nei giorni scorsi è che la differenza fra “terrorismo” e “terrorismo di Stato” è estremamente labile. Anzi inesistente.

Pare che agli americani i quali, dopo la strage di Qana, chiedevano a Olmert di limitare i danni civili, egli abbia risposto irritato “E voi cosa avete fatto in Kossovo! Lì non subivate neanche il lancio di una katjuscia, e avete massacrato diecimila civili!”
Non c’è dubbio, la nostra politica è fatta da gentiluomini di vecchio stampo.
Gli attentati di Londra avrebbe potuto rilanciare la “visione classica” del terrorismo islamico: aerei carichi di civili che esplodono in aria. Ma ogni giorno che passa anche la stampa inglese non nasconde un certo scetticismo. Qualcuno l’ha ironicamente chiamata la “strage dei biberon” per il gran numero di biberon finiti nei cestini durante la ricerca di esplosivo liquido. Ma è proprio l’esplosivo liquido a costituire un problema. The Royal Society of Chemistry, una autorevole associazione scientifica inglese ha pubblicato sul suo bollettino Chemistry World un articolo di B.Perks e K Sanderson che solleva molti dubbi sulla possibilità di utilizzare esplosivo liquido sugli aerei. In breve, gli esplosivi liquidi più conosciuti sono la nitroglicerina e il triacetone triperoxide (TATP), che non è propriamente un esplosivo liquido, ma è un solido proveniente dalla combinazione di componenti liquide. L’idea di portare nitroglicerina su un aereo è semplicemente folle: esploderebbe durante i controlli a terra, ad esempio quando passa sotto i raggi X, se non addirittura durante il trasporto in aeroporto. Il TATP sembra sia stato usato negli attentati alle metropolitane di Londra lo scorso anno, a detta dei laboratori che hanno svolto le indagini su un campione rimasto inesploso. Ma introdurre le componenti liquide del TATP in aereo e produrlo nella “toilette” dell’aeroplano è altrettanto improbabile. Sono necessarie “basse temperature e tutta l’operazione va effettuata in una soluzione acquosa”.

Gli obiettivi geopolitici.

Sempre secondo Seymour Hersh “l’obiettivo a lungo termine dell’Amministrazione USA era di aiutare la nascita di una coalizione Arabo-Sunnita – comprese nazioni come l’Arabia Saudita, la Giordania, e L’Egitto – coalizione che si sarebbe dovuta unire nella “pressione” degli Stati Uniti e dell’Europa contro il predominio dei mullah Sciiti in Iran.
Questo, però, se Israele avesse vinto sul campo in modo incontrovertibile. Esattamente il contrario di quanto è successo.
Pare che la stessa Amministrazione Bush si sia divisa a un certo punto al suo interno, fra la posizione di Cheney, favorevole ad appoggiare a oltranza Israele, e quella di Condoleeza Rice. La Rice, dopo aver consentito, attraverso la sciagurata “Conferenza di Roma”, il proseguimento dell’offensiva israeliana, si è accorta dell’errore commesso e ha addirittura chiesto al Presidente di poter aprire un tavolo di trattativa con la Siria, cercando un ruolo di mediazione. Donald Rumsfeld buttava fumo dal naso: pur odiando gli Hezbollah si era reso conto che, se le milizie scite irachene avessero attaccato le “sue” truppe in Iraq, la situazione sarebbe volta al peggio. Rumsfeld era in alla Casa Bianca nel 1975, quando le truppe americane si ritirarono dal Vietnam. Non voleva ripetere l’esperienza.

Si potrebbe ironizzare a lungo sulle strategie americane in Medio Oriente, sui goffi tentativi di governare i “signori della guerra” in Afghanistan, sui tentativi di alleanza prima con gli Sciiti e poi con i Sunniti in Iraq, sulle “relazioni pericolose” con la famiglia saudita, e così via, fino al fiasco libanese.
E però questa immagine degli americani adolescenti malcresciuti, affetti da sindrome di Peter Pan, ignoranti di storia e di cultura è uno stereotipo un po’ troppo logorato e sostanzialmente falso. Ad esempio la trasformazione della resistenza all’occupazione USA nella Guerra Civile Irachena è stata un’operazione studiata in gran parte a tavolino . L’utilizzo dell’ala qa’edista di Zharkawi (chiunque esso sia stato) è stata probabilmente una grande operazione di intelligence. Non a caso l’amministrazione americana diede sin dall’inizio gran risalto alla presunta lettera di Zharkawi alla dirigenza di Al Q’aeda , in cui si sosteneva la guerra civile contro gli sciti, chiamati eretici “sabei”, lettera diligentemente riportata dal sito “New American Century” http://www.newamericancentury.org/middleeast-20040212.htm
E anche durante la guerra in Libano, guarda caso Ynet, agenzia israeliana, riporta le dichiarazioni dello Sceicco Safar al Hawali, antico maestro di Osama Bin Laden, il quale definisce “il Partito di Dio” (Hezbollah) come “il Partito di Satana” e dichiara di aver emesso una fatwa per vietare ai credenti di sostenere in qualsiasi modo gli Hezb.

Storicamente gli americani sono esperti di guerre etnico-religiose, fin dalle Guerre Indiane del tempo della frontiera, alla conquista delle Filippine, al Vietnam, con l’utilizzo della minoranza Hmong, alla Jugoslavia, alla guerra in Afghanistan, con il conflitto fra tagiki, ukbeki, azeri e pashtun.
L’ipotesi di una “dissociazione” dell’Iraq in una federazione di Stati (2) certo comporterebbe vantaggi e svantaggi: Uno dei problemi più complessi è la concentrazione delle risorse petrolifere dei campi di Kirkuk nell’area a prevalenza curda. Le relazioni con la Turchia diverrebbero certamente più tese.
L’ipotesi di uno stato unitario “pacificato” a prevalenza Sciita è però ancor più pericolosa per gli USA.
In Iraq i partiti di estrazione Sciita di fatto monopolizzano il governo e sono per adesso indispensabili agli americani per il contenimento della guerriglia, soprattutto di estrazione “baathista”-sunnita. In Libano gli Hezbollah sono direttamente collegati all’Iran e controllano l’intero Sud del Libano, esprimono membri del governo libanese e raccolgono il 28% dei consensi elettorali; in Palestina, area ad assoluta maggioranza Sunnita, l’Iran controlla almeno un gruppo della resistenza, la Jihad Islamica, e mira a diventare il paese di riferimento per le ali più oltranziste del movimento palestinese, dopo l’azzeramento della dirigenza di Hamas effettuato dagli israeliani. Non bisogna dimenticare infine che il gruppo dirigente siriano che fa capo a Bashir Assad è anch’esso parte della Sh’ia, anche se di una setta particolare come gli alawithi. I musulmani Sciiti nel mondo sono ormai 130 milioni, la maggioranza in Iran, il 60% in Iraq, il 30% in Libano. Ma sono presenti ormai anche in Pakistan, in Palestina e persino nella culla dell’ortodossia Sunnita ottomana: la Turchia.

Il “Terzo Fronte” appare indubbiamente il più duro. Ed è proprio lì che vogliamo inviare le nostre truppe. Viste le scarse risorse di cui dispone il nostro malconcio paese e la miseria prossima ventura che quel menagramo di Tommaso Padoa Schioppa non cessa di ricordarci ogni volta che apre bocca, invece di militari costosi quanto inutili, non sarebbe meglio mandare che so io Emergency, la Protezione Civile, un po’ di società di ingegneria e costruzione per avviare la ricostruzione di un paese di cui avremmo dovuto impedire la distruzione? Lasciamo ai Parà francesi il compito di interposizione. Ché sul Libano hanno qualche responsabilità storica maggiore delle nostre.
NOTE DI CARMILLA:

1) Si vedano gli articoli di José Steinsleger e di Lara Deeb su Rebelión.
2) Ipotesi già contemplata come quasi inevitabile in un libro scritto prima dell’invasione dell’Iraq: Sandra Mackey, The Reckoning. Iraq and the Legacy of Saddam Hussein, W.W. Norton & Company, New York-London, 2002.

(CONTINUA)

Pubblicato Agosto 18, 2006 04:25 AM


I (servizi) segreti di Forza Nuova

agosto 29, 2006

Prima della morte di Massimo Morsello, era apparsa su Indymedia la seguente segnalazione. Più sotto, un articolo ripreso da questotrentino, firmato nel giugno 2001 da Michele Zacchi [gg]

logofn.giffiore.jpgDue neofascisti italiani, Roberto Fiore [nella foto] e Massimo Morsello, condannati per appartenenza ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar) ma da anni riparati a Londra per sfuggire alla giustizia italiana, secondo il Guardian di ieri (12 marzo c.a.) sono agenti del servizio segreto MI6, l’equivalente britannico della Cia. I due, condannati nel 1985 per associazione sovversiva alla fine del processo per l’attentato alla stazione di Bologna – costato la vita nel 1980 a 85 persone -, secondo il Guardian arrivarono in Gran Bretagna dal Libano, dove erano stati reclutati nei primi anni ’80 dall’MI6. I britannici, in quel momento di guerra civile, eserciti mercenari e incursioni di frontiera, avevano disperato bisogno di informatori nelle file dei gruppi terroristi mediorientali dove agivano estremisti europei di varie tendenze. Il Guardian, sulla base di nuove informazioni di un ex agente della Cia in Europa, scrive che in Libano fu promesso a Fiore e ai suoi seguaci il trasferimento in Gran Bretagna in cambio della collaborazione con l’Mi6.

Le richieste di estradizione da parte italiana non furono mai esaudite nè dalla “Dama di Ferro”, Margaret Thatcher, che pure aveva promesso una lotta senza quartiere al terrorismo, nè dal suo successore John Major, anche se ora la nuova Convenzione europea sull’estradizione rende tutto più facile. Con l’arrivo del laburista Tony Blair al governo l’Italia ha chiesto di nuovo la consegna, afferma il Guardian, ma non è successo nulla. Fiore e Morsello, dopo i primi periodi a Londra dove hanno vissuto con ‘squatter’ e per mantenersi hanno fatto gli autisti di minicab, dal punto di vista politico si sono legati con un gruppo di giovani intellettuali del Fronte nazionale (Nf) britannico, e hanno dato vita a Terza Posizione Internazionale (Itp), nella quale Fiore è ancora coinvolto. Fiore, secondo l’inchiesta condotta da ‘Searchlight’ (mensile dell’antifascismo militante) e ripresa in parte dal Guardian, è anche a capo di “Nazi Hammerskins”, un movimento presente in vari paesi d’Europa che egli usa per controllare l’andamento degli affari messi in piedi nel frattempo. Dall’iniziale agenzia turistica ha avviato ora una serie di attività internazionali, tra le quali scuole di lingue, agenzie di viaggi, immobiliari e collocamento.
Nel 1989 interrogazioni parlamentari dei deputati laburisti David Winnick e Greville Janner furono respinte dall’allora governo conservatore con la spiegazione che “le rivelazioni non sarebbero state nell’interesse del pubblico”, formula usata ogni volta che l’argomento in questione riguarda operazioni dei servizi segreti. Recentemente Fiore ha rivelato di avere riavuto il suo passaporto dal ministero degli Esteri britannico.

Un fior Fiore d’affari

Sembra inarrestabile la foga imprenditoriale di Roberto Fiore e Massimo Morsello. Agli inizi dello scorso anno acquistarono alcune vecchie case in Spagna per fondare una comunità politica. Le 12.000 sterline (circa 40 milioni) necessarie per Los Pedriches (questo il nome della località) venivano da un conto della Barclays Bank intestato, fra l’altro, ad istituzioni caritatevoli.

Per il momento solo uno degli edifici è stato completato e i rapporti con la municipalità (a guida socialista) sono tutt’altro che buoni. E nonostante gli arrivi di un paio di inglesi, l’esperienza non sembra destinata a decollare.

Fiore è stato in Spagna anche per celebrare l’anniversario della morte del dittatore spagnolo Francisco Franco e in quell’occasione ha parlato davanti ad una platea che, a parere degli organizzatori, comprendeva medici, avvocati e membri delle forze armate.

Ma il leader di Forza Nuova non si è limitato a seguire convegni politici. Ha fondato, col nome di “Agenzia per la gioventù europea”, una struttura simile alle sue società inglesi (Easy London e Meeting Point).

Quando i giornali inglesi hanno cominciato ad occuparsi del suo giro d’affari miliardario, lui ha reagito con lettere alla Chiesa cattolica e alla comunità italiana, nelle quali lamentava la cattiva stampa nei suoi confronti e sottolineava le sue opere di carità.

Ma l’interesse inglese nei suoi confronti non è finito. La Charity Commissioners ha congelato i conti di due istituzioni benefiche fondate da Fiore e ha annunciato ulteriori indagini. Secondo la legge inglese, quel tipo di istituzioni non devono occuparsi di politica, ma secondo un volantino distribuito dagli ambienti neofascisti a Londra, nel quartier generale di Fiore – quello che ospita le Fondazioni – si tengono incontri organizzati da Forza Nuova.

Accanto all’attività politica esiste, per Roberto Fiore, la permanente attenzione verso gli affari. Uno dei suoi progetti è quello, per esempio, di ottenere biglietti scontati dalle compagnie aeree per le migliaia di giovani che si muovono in Europa grazie alle sue imprese commerciali; per alcuni osservatori, anzi, la sua Easy London è forse la più grande organizzazione europea in quel particolare segmento economico.

Un nuovo settore è quello agricolo: piccole aziende vengono comprate e trasformate in comunità rurali nelle quali affari e ideologia devono andare a braccetto. Questo progetto è una realtà in Italia, Inghilterra, Spagna e Polonia.
Pubblicato Maggio 26, 2004 01:32 AM | TrackBack


I tre fronti – Seconda parte

agosto 29, 2006

di SbancorLibano.jpg
Se l’Europa fosse qualcosa di più di una “espressione geografica,” vincolata a una serie di parametri e regolamenti idioti, e ad alleanze quantomeno discutibili, il suo compito sarebbe stato quello di intervenire immediatamente, assicurando, ad esempio, l’inviolabilità dello spazio aereo libanese. Evitando così la distruzione del Libano, la migrazione biblica degli sfollati, oltre a un migliaio di morti. Una posizione forte, certo, ma almeno chiara.
Ma Israele, come la Turchia dal 2004 è praticamente un paese NATO (vedi qui).
Difficile pensare quindi un esito diverso da quello della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, che di fatto ha concesso a Israele un mese di tempo per protrarre i bombardamenti indiscriminati sul Libano.

La risoluzione dell’ONU 1701 è un capolavoro di ambiguità come ha ben evidenziato Paolo Chiocchetti su Carmilla.
Praticamente l’80% dei compiti spetta all’Esercito libanese, male armato, debole e, come sanno benissimo gli israeliani, formato ormai al 75% da Sciiti. Solo gli ufficiali sono cristiani o sunniti, ma molti parteggiano per il Generale Aoun, attualmente alleato a Hezbollah. Insomma una barzelletta.
Dall’altra parte l’intera risoluzione è filo-israeliana: non parla dei blocchi navali e dei consueti sorvoli del Libano da parte dell’aviazione di Tshal, che durano da almeno vent’anni. Di buono nella 1701 c’è solo il “cessate il fuoco”.
A una prima valutazione, dunque, gli obiettivi strategici degli USA e degli Israeliani sono falliti sul piano militare, ma forse hanno recuperato qualcosa su quello diplomatico. La domanda è: dove si riaccenderà il “terzo fronte”? Di nuovo in Libano, o a Bassora oppure direttamente in Iran con una campagna di bombardamenti?

Una notizia passata inosservata, a volte, è la chiave di interpretazione dei nuovi assetti geopolitici.
In Aprile l’Agenzia Russa Itar-Tass riportava le dichiarazioni di Manuchehr Mohammadi, ministro degli esteri iraniano che dichiarava la richiesta dell’Iran di far parte del Gruppo di Shanghai, (Shanghai Cooperation Organization – SCO).
Cos’è lo SCO? Nato nel 1997 fra Russia, Cina, Kazakistan, Kyrgyzstan e Tajikistan – i cosiddetti cinque di Shanghai – a cui si aggiunse l’Uzbekistan, lo SCO si proponeva inizialmente di risolvere i problemi relativi alla frontiera russo-cinese. Ben presto però i suoi scopi si sono allargati: nel 2001 fra le sue finalità fu inserita la “lotta al terrorismo in Centro-Asia, dove vi erano state infiltrazioni qa’ediste (wahabbite), particolarmente rischiose vista l’esistenza sia negli Stati dell’ex URSS che in Cina di ampie comunità mussulmane, addirittura maggioritarie nelle ex repubbliche sovietiche del centro Asia. Comunque all’inizio i suoi obiettivi sembravano modesti.
Oggi non è più così. All’iniziale funzione di anti-terrorismo, si sono aggiunte funzioni di cooperazione militare, economica e culturale. Esso rappresenta un’area di oltre 30 milioni di kmq e una popolazione di un miliardo 455 milion idi persone. Non solo nel 2005 il Gruppo di Shanghai è stato aperto ad altri Stati come “osservatori”: Mongolia, Pakistan, India e Iran.
Di fatto all’offensiva americana in “Eurasia” – il vecchio sogno di Brezinsky – che doveva puntare sulle repubbliche sovietiche del Centro-Asia si è contrapposta un’alleanza Russo-Cinese che in pochi anni si è consolidata enormemente.
Per comprendere la sua influenza basta pensare che dispone di due membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il Gruppo di Shanghai vuole entrare nella gestione della “crisi nucleare iraniana” e non ha nessuna intenzione di lasciare all’America e a Israele il monopolio della politica estera mondiale. Si è creata una nuova “faglia” che rischia di riallontanare Oriente ed Occidente. L’Iran è esattamente sul confine della faglia.
E d’altra parte l’atteggiamento Russo-Cinese nelle recenti crisi mediorientali, e soprattutto verso l’Iran sembra non solo coordinato, ma volto a trovare soluzioni antitetiche a quelle americane. I Russi hanno proposto a più riprese di svolgere loro per conto dell’Iran i processi di arricchimento dell’uranio. Inoltre chiunque abbia un minimo di conoscenza in campo militare sa che quella dell’atomica iraniana è una minaccia estremamente relativa.
Vediamo perché. Il numero delle atomiche israeliane non è evidentemente pubblico. Ma ci sono delle stime: l’Intelligence americano le valutava a fine anni ’90 fra 75 e 130. Le foto realizzate da Mordechai Vanunu, che pagò con lunghi anni di carcere la divulgazione dell’informazione, facevano ritenere che vi fosse un potenziale fra le 100 e le 200 bombe. Le stime più alte arrivano a 400. Comunque stiamo parlando di una potenza nucleare in grado di polverizzare tutte le capitali del mondo arabo. I vettori di trasporto, oltre agli aerei, sono circa 300 missili Jericho 1 e Jericho 2 , il primo con una gittata di 500 km e il secondo da 1.500 a 4.000 km, a cui si aggiungono 12 missili Popeye Turbo con gittata da 200 km per sottomarini di classe Dolphin di fabbricazione tedesca.
A questo potenziale l’Iran può opporre pochi esemplari, forse prototipi, di Shabab 3 con una gittata di 1.900 km. In grado comunque di colpire Israele. E’ vero che l’Iran sta potenziando il suo programma missilistico, ma è anche vero che l’atomica iraniana non potrà essere pronta, secondo le stime AIEA, che fra cinque-dieci anni. E’ opinione comune infine che, dopo lo smembramento dell’URSS, il “Trattato di non proliferazione nucleare” abbia perso di senso. Israele, India e Pakistan non vi aderiscono, la Corea del Nord si è ritirata dai sottoscrittori e la possibilità che anche piccoli stati si dotino di armi nucleari, è estremamente alta, purtroppo.

Da un punto di vista militare l’intera questione è priva di senso. La forza del mondo arabo-mussulmano nei confronti di Israele è costituita dall’enorme differenza demografica fra ebrei e mussulmani. E anche questa è relativa, considerando le divisioni etnico-religiose all’interno del mondo arabo-mussulmano. Sul piano tecnologico la forza è tutta dalla parte di Israele. L’atomica iraniana, se mai verrà costruita, avrà una logica di “deterrenza”, come fra USA e URSS ai tempi della guerra fredda. Gli ambienti militari israeliani temono proprio questo: essere costretti a sedersi al tavolo delle trattative. E seguono gli americani nella guerra preventiva.

Ma allora come mai la crisi iraniana scoppia proprio adesso?

Alcuni motivi “geopolitici” appaiono già da quanto detto. Riassumendo: la politica americana per un “Nuovo Medioriente” non può permettere che fra i suoi due avamposti, l’Afghanistan e l’Iraq, esista uno “stato canaglia”, un “asse del male” il quale potenzialmente ha già in mano il controllo del governo iracheno e può giocare in Afghanistan la carta della minoranza azera e dell’”esecrabile banda di Golbodin Hekmatyar (Hezb-i-Islami) che ridusse in macerie Kabul con l’indiscriminato bombardamento e il lancio dei missili quotidiani.”. Così la chiamavano le donne del RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane (vedi qui). Oggi Hekmatyar è gentile ospite dell’Iran.
Il Governo Americano non può soprattutto permettere che il quarto produttore mondiale di petrolio e il secondo di gas entri nel “Gruppo di Shanghai”, dove c’è la Russia, secondo produttore di greggio, e primo per il gas. La geopolitica delle fonti energetiche verrebbe rivoluzionata definitivamente.

Ma, a differenza di diversi critici della politica americana, da Chossudosky a Chomsky, solo per citare alcuni punti di riferimento, io non credo che ci troviamo nella situazione di un “imperialismo classico”, cioè del tentativo di impossessarsi di risorse strategiche attraverso la guerra. Insomma: una guerra per il petrolio. Un piccolo esempio: Gli USA prima della guerra del 2003, in pieno embargo, importavano dall’Iraq in media più di 800 milioni di barili giorno, con il sistema “Oil for Food”. Oggi dopo l’occupazione ne importano 522. Nonostante gli attacchi della “resistenza” ad alcune centrali di pompaggio – peraltro limitati – il calo dimostra che il petrolio iracheno non era un obiettivo immediato degli USA. Diverso il discorso sulle riserve, ma quelle verranno amministrate probabilmente da un governo Sciita filo-iraniano, o da un improbabile Stato Kurdo.
No, il petrolio è una variabile del “Grande Gioco” Mediorientale, influenza sicuramente i conti della Exxon e di Halliburton, grandi elettori di Bush, ma non basta da solo a spiegare la destabilizzazione dell’intero Medioriente. Fra l’altro una “Guerra per il petrolio”, condotta secondo i canoni classici dell’imperialismo, avrebbe dovuto avere come obiettivo un ribasso del prezzo del greggio: l’esatto inverso di quanto si sta verificando.

Storicamente gli americani, fin dalla prima crisi petrolifera, sono stati avvantaggiati dagli alti prezzi del petrolio. Un petrolio più caro vuol dire creare una massa di liquidità in dollari (petrodollari) che non incide sull’inflazione americana, ma che viene “riciclata” in parte sui mercati finanziari, principalmente americani, e in parte in progetti di sviluppo nei paesi produttori, (realizzati in gran parte da società americane) ovviamente purché siano “amici”, come l’Arabia Saudita e gli Emirati. Il flusso di capitali così generato viene utilizzato per pareggiare il “deficit della bilancia commerciale americana” attraverso investimenti diretti e di portafoglio. Il risultato è che i cittadini USA possono continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità: una generazione di Oscar Wilde, anche se meno autoironici.

La guerra come forma di regolazione dell’economia in un periodo di crisi.

L’economia americana, come è noto agli esperti – anche se non ai giornalisti economici – è in crisi dal marzo 2000, quando tutti i principali indicatori, a partire dalla produzione industriale, iniziarono a puntare verso il basso, fino allo sgonfiamento prima della “bolla della new economy” e poi dell’intera borsa americana. E’ forse non del tutto inutile ricordare alcune di quelle cifre: nel secondo trimestre del 2000 l’economia americana passò da un tasso di crescita del 5%, allo 0% della fine del 2000, andando in recessione per due trimestri nel 2001. Nonostante gli sforzi della FED, che iniziò una serie vertiginosa di ribassi dei tassi di interesse, fino a portarli a valori negativi, sotto cioè il tasso d’inflazione, la Borsa registrò il peggior crollo dai tempi di Wall Street: l’indice Standard & Poors 500 perse fra il 1999 e il 2002 589,5 punti, pari al 67% del suo valore.

La tragedia del 9/11 avvenne proprio nel mezzo della crisi. Guardando l’indice Dow Jones si nota una pesante caduta di circa 400 punti i giorni 5 e 6 settembre dopo la rottura di quota 10.000, avvenuta a fine agosto. Il 7 ed il 9 la Borsa è chiusa per il week-end. Il 10 rimane piatta, come in attesa. L’11 gli aerei si schiantano sulle Torri e Wall Street chiude per circa una settimana. Seguono altri crolli del listino fino a portare il Down Jones poco sopra quota 8.000. Poi lentamente la ripresa.

Nel frattempo era scoppiata la “Guerra al Terrorismo” che, dal punto di vista economico, volle dire un aumento impressionante del deficit pubblico. La recessione fu scongiurata, la crisi finanziaria anche e l’America ricominciò a crescere a tassi del 3,5% annuo. Molto più dell’Europa.
Tutto ciò però ha avuto un costo in termini di deficit commerciali e pubblici. Nel periodo di Clinton l’America aveva accumulato un grande deficit commerciale, ma aveva un forte “surplus” nel Bilancio Federale, pari al 2% del PIL. Nell’era del primo mandato Bush si è arrivati a un deficit fiscale superiore al 4% del PIL. Ciò vuol dire che in meno di quattro anni una cifra pari al 6% del PIL americano è stato trasferito dallo Stato all’economia. Si tratta di una cifra enorme. A cui si assomma un deficit commerciale superiore al 5% del P.I.L.
“Gli Stati Uniti – dice Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’Economia, ex consigliere di Clinton e professore alla Columbia University) – stanno ampiamente contraendo prestiti, al ritmo di due miliardi di dollari al giorno, per pagare l’ampio deficit commerciale. Il più ricco paese del mondo vive al di sopra dei propri mezzi. Comunque, anche la più potente nazione del mondo non può sfuggire alla semplice aritmetica del debito: i soldi servono per pagare gli interessi e, eventualmente, ripagare i prestiti. Facendo così gli USA saranno più poveri.”
Negli ultimi giorni diversi economisti americani, non particolarmente anticonformisti, come Nouriel Rubini sul suo blog, e Paul Krugman, sul New York Times, hanno messo in guardia su una possibile prossima recessione dell’economia americana fra la fine del 2006 e il 2007. Questa volta sarà la “bolla immobiliare” a innescare la crisi che potrebbe estendersi al dollaro e ai mercati finanziari. Oltre a mettere letteralmente sul “marciapiede” migliaia di famiglie americane che hanno usato la crescita del prezzo delle case per “rifinanziare” i propri mutui a tassi ora sempre più alti.
A novembre ci sono le elezioni americane per il Congresso. La “Junta” Militare che governa attualmente gli Stati Uniti deve vincerle, se non vuol rimanere ingessata fino al 2008, data delle prossime presidenziali. Aspettiamoci il peggio.

Il Dio e il bambino

Come dire: il rischio che “Il Terzo Fronte” si riapra prima dell’autunno è concreto. E se il quadro geopolitico che ho provato a delineare ha una pur scarsa possibilità di essere vero, Il Terzo Fronte” non sarà uno scherzo: per la prima volta rischieranno di confrontarsi l’ormai consolidata egemonia americana e la nascente potenza euroasiatica. Nessuna delle due, né il “fondamentalismo liberista” yankee, né il “nazionalismo totalitario Russo-Cinese”, sembra poter incarnare un futuro possibile per l’umanità. Se un “altro mondo è possibile”, andrebbe cercato in fretta. Prima che, come scriveva Ezra Pound “Ognuno segua il suo Dio”. Ed Ezra Pound, benché geniale, non era propriamente uno scrittore “di sinistra”.

Per quanto mi riguarda il mio, di Dio è stato bombardato a Balbek. Un cacciabombardiere israeliano ha centrato, insieme a un bambino di dieci anni, anche una parte del Tempio di Bacco-Dioniso. Ma il mio, di Dio, c’è abituato. Da sempre muore ogni anno, e ogni anno rinasce, così come spero accada al bambino. Che forse altri non era che una epifania del Dio.
Pubblicato Agosto 20, 2006 03:14 AM


United S.A.R.S. of Amerika

agosto 28, 2006

I padroni della S.A.R.S. – La vera storia del virus
per gentile concessione della rivista mensile “La Voce della Campania

Di Rita Pennarola

CHE LA TERZA GUERRA mondiale sarebbe cominciata “con uno starnuto” l’aveva già detto qualche anno fa un Bill Clinton in apparente vena di humour nero, ma in realtà con una lungimiranza che oggi fa ghiacciare il sangue. Perché la tremenda epidemia di SARS, la sindrome respiratoria acuta, definita anche polmonite atipica, potrebbe essere niente altro che un nuovo, premeditato e “preventivo” atto di quel conflitto planetario destinato a liberare il campo da ogni possibile antagonista o competitore dell’unica, invincibile superpotenza mondiale.
Mentre infatti la stampa ufficiale, controllata dai forti interessi economici transnazionali, si affretta a caricare di drammatici significati la «maledizione biblica» che ha colpito il popolo cinese, sul web si rincorrono articoli gravidi di indizi sul colossale «atto di guerra contro la Cina e i Paesi asiatici» lanciato dagli Stati Uniti a inizio del 2003, quasi in contemporanea con gli ultimatum che hanno preceduto per settimane l’aggressione all’Iraq.
Nonostante la fitta cortina di coperture giornalistiche, qualcosa comunque riesce a filtrare anche sulla stampa occidentale. Ha l’effetto dirompente di una bomba giornalistica, ad esempio, l’articolo che esce il 15 settembre dello scorso anno sul settimanale scozzese «Sunday Herald» a firma di Neil Mackay. Alla vigilia della grande offensiva lanciata contro Saddam Hussein, il giornalista porta per la prima volta alla luce su un mezzo di larga diffusione un documento che doveva rimanere segreto: il «Progetto per un nuovo Secolo americano» (finalizzato al dominio globale statunitense), messo a punto dallo staff di George W. Bush ancor prima che il boss texano diventasse presidente degli Stati Uniti, con l’’appoggio dei colossi petrolchimici americani. A redigere quel documento nel settembre 2000 (un anno esatto prima dell’attacco alle Torri Gemelle) furono, fra gli altri, l’attuale numero due di Bush Dick Cheney, il sottosegretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il fratello del presidente Jeb Bush e Lewis Libby, un uomo ombra di Cheney, Sede del Progetto, definito in sigla PNAC, quella di un giornale di proprietà di Rupert Murdoch, l’uomo che di fatto concentra nelle sue mani il sistema dei media in America ed oltre, con propaggini spinte in Italia, grazie all’alleanza stretta con Silvio Berlusconi.
Ignorato dalla stampa nel nostro Paese, nonostante la pubblicazione sul popolare settimanale scozzese, quel documento al calor bianco è stato diffuso in italiano sul web dall’editrice di Bologna «Nuovi Mondi Media», collegata al sito militante «Information Guerrilla», diretto da Roberto Vignoli. Un’azione coraggiosa, che ha consentito ad alcuni segmenti maggiormente impegnati della società italiana di conoscere e far circolare quelle notizie. E’ il caso dello storico Franco Cardini, che proprio al delirante piano di Bush & C. per il controllo globale ha fatto un riferimento durante la puntata di «Porta a Porta» del 22 marzo scorso.

Morte alla Cina
Riletto oggi, a distanza di oltre sei mesi dalla prima pubblicazione sul «Sunday Herald», quel Progetto mostra in maniera netta quanto il controllo della Cina fosse per gli USA di Bush un obiettivo non più rinviabile, soprattutto dopo l’annessione delle risorse petrolifere del Golfo. E quali metodi già a settembre 2000 si stessero mettendo a punto per realizzarlo.
«In quel documento – scrive Mackay – si legge che “anche se Saddam dovesse uscire di scena, le basi nell’Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente – nonostante l’opposizione locale tra i regimi nei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani – perché anche l’Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all’Iraq agli interessi statunitensi». Passando in Estremo Oriente, il Progetto «mette la Cina sotto i riflettori – continua il giornalista scozzese – per un “cambio di regime”, aggiungendo che “è arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell’Asia sudorientale”. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina».
Come realizzare questa “democratizzazione” della Cina, in crescita esponenziale sui mercati (+23 per cento l’anno) ed assai poco incline a lasciarsi colonizzare dai texani? E in che modo farlo senza aprire nuovi, palesi conflitti sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale sconvolta dai massacri di civili inermi in Iraq? Lo spiega ancora il «Sunday», citando alcuni brani successivi di quel documento: «Gli USA – si legge nell’articolo – potrebbero prendere in seria considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche, che pure sono state messe al bando. Il testo dice: “nuovi metodi di attacco – elettronici, non letali, biologici – diventeranno sempre più possibili. Il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi”». Più in dettaglio, sono previste «forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici» e che «potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un’arma politicamente utile».
Quell’arma letale oggi si chiama SARS.
E proviene da un ceppo sconosciuto di coronavirus, frutto di un’abile clonazione tra l’agente patogeno del morbillo e quello della parotite epidemica. Un «mostro» d’ingegneria genetica, in grado di selezione esattamente il tipo di DNA da colpire (quello della razza asiatico-cinese), creato in laboratorio da esperti ai massimi livelli scientifici. Un esercito, insomma, di soldati invisibili, capaci di provocare lutti e devastazioni, ma anche crolli dell’economia nei Paesi in cui sono stati mandati a colpire.
Sergei Koleshnikov, dell’Accademia russa delle scienze mediche, nella prima settimana di aprile ha espresso analoghe convinzioni durante una conferenza tenuta ad Jrkutsk, in Siberia. «Un virus composto come quello responsabile della SARS – afferma l’accademico – non può formarsi spontaneamente in natura. Può essere creato solo in laboratorio». «E quando si creano armi batteriologiche – precisa inoltre – in genere allo stesso tempo si lavora sul vaccino». L’antidoto, dunque, sarebbe già bello e pronto. Ma verrà reso disponibile solo al momento “opportuno”.

Con AVI (BioPharma) si vola
25 aprile 2003. Secondo il piano di comunicazione messo a punto dalle multinazionali farmaceutiche che sostengono il governo Bush, scatta l’ora X. La macchina dell’informazione a stelle e strisce detta alla stampa internazionale le prime notizie sulla “scoperta” di un farmaco decisivo per combattere la polmonite atipica.
«USA: farmaco contro la SARS entro pochi mesi», titola a tutta pagina «Il Corriere della Sera». Riportando notizie diffuse dal «Times» di Londra, il quotidiano di via Solforino fa sapere che «i primi esperimenti effettuati dall’Istituto nazionale di Sanità statunitense su un vaccino realizzato dalla società americana AVI BioPharma dell’Oregon avrebbero confermato la capacità del preparato nell’uccidere il virus responsabile della polmonite atipica, tanto da spingere a realizzarlo entro le prossime due settimane».
Passaggi lampo, dunque, ben diversi da quelli cui è abituata l’opinione pubblica dopo una scoperta scientifica.
Qualcuno, insomma quell’antidoto doveva averlo già pronto nel cassetto da tempo. Del resto, risulta proprio una “specialità” dell’AVI BioPharma quella di selezionare catene di acido nucleico complementari rispetto a quelle del virus e in grado, quindi, di bloccarne la riproduzione. Il sistema «antisense», come viene chiamata questa tecnica, è presente nel materiale illustrativo della potente multinazionale già da numerosi anni.
Con sede a Portland, nell’Oregon, ed una produzione farmacologia basata sull’azione di contrasto a virus come quello dell’epatite C o la famiglia del mutante SARS, AVI già prima che l’epidemia da polmonite atipica fosse resa nota alla popolazione mondiale presentava per il 2003 un business plan da capogiro, con fatturati da oltre 1 miliardo di dollari per le sole attività connesse con alla cura dei coronavirus. Grasso che cola, quindi, l’esplosione della malattia. Al punto che il 25 aprile scorso «The Business Journal» di Portland riporta notizie sulla straordinaria performance del titolo AVI BioPharma (+37 per cento), dovuto all’efficacia delle terapie anti-SARS prodotte, precisando che anche la compravendita delle azioni si sta impennando, facendo segnare un +6,6 nell’arco di appena 24 ore.
Amministrata da Denis R. Burger ed Alan P. Timmins, presidente, la corazzata opera in partnership con investitors del calibro di Exelisis, DepoMed, XTL Biopharmaceuticals, Medtronic e SuperGen, tutte preveggenti sigle che negli ultimi anni hanno immesso nelle casse della società miliardi di dollari in danaro fresco. Nel 2001, nonostante sia stato l’anno “terribilis” delle Torri gemelle – si legge nella lettera rivolta agli azionisti – la sola Medtronics ha effettuato investimenti in AVI pari a ben 10 milioni di dollari, con opzioni per arrivare fino a 100.

Rath in campo
Componente di punta del Cartello petrolchimico statunitense, AVI fa la sua comparsa sulla stampa mondiale a fine aprile, come previsto dal «piano terroristico-mediatico» messo a punto dagli strateghi del governo americano con largo anticipo. A rivelarne i contorni è un medico tedesco, Matthias Rath, che pubblica un’intera pagina a pagamento riguardante i «Piani di guerra del Farmacartello» il 20 marzo scorso, sull’«Herald Tribune» e, due giorni dopo, sul «Corriere della Sera».
Attraverso il lungo comunicato, ma soprattutto scandagliando fra le pagine web della Dr. Rath Health Foundation, scopriamo che un libro uscito nel 1979, «Rockefeller Medicine Men: Medicine and Capitalism in America», del ricercatore Richard Brown, rivelava fin da allora le connection fra i trust farmaceutici ed il Rockefeller Group, colosso delle mediazioni finanziarie transplanetarie.
Intanto anche le notizie sui rapporti tra il Rockefeller Group e la famiglia Bush, oggi accuratamente coperte dai media, venivano apertamente riportate in un altro articolo di Sam Howe Verhovek apparso sul «New York Times» del 13 marzo 1998, alla vigilia della campagna presidenziale, e ripubblicato sul sito del dottor Rath. Una lunga inchiesta, dalla quale emerge, fra l’altro, il ruolo chiave svolto dal gruppo intitolato al magnate americano nella Commissione Trilaterale, vale a dire la supercupola statunitense composta dai vertici delle Forze Armate, magistratura, membri del governo in carica ed esponenti della CIA.
Per chiudere il cerchio, Rath indica che lo stesso Rockefeller Group non è solo la cassaforte finanziaria del monolite petrolchimico, ma anche il colosso che regge le sorti economiche dell’informazione, a cominciare dalla CNN. «E’ così – conclude il medico – che senza scrupoli hanno imposto la logica del «business with disease», disseminando il pianeta di guerre ed epidemie mortali».

MAI DIRE BLAIR
Le logiche del sistema petrolchimico spiegano anche, tra l’altro, i motivi reali dell’alleanza di ferro tra Bush ed il premier britannico Tony Blair, a capo di un Paese che é, dopo gli Usa, il secondo produttore mondiale di farmaci & affini. La circostanza, peraltro, veniva già chiaramente indicata dall’infausto Progetto per un nuovo secolo americano. Nel documento top secret il Regno Unito veniva infatti descritto come “il mezzo più efficace per esercitare un’egemonia globale americana”, mentre si precisava che le missioni militari per realizzare tale scopo “richiedono un’egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite”. Un colpo “preventivo”, quindi, al cuore dell’ONU come organismo di pace. Nello stesso anno, il 1998, due fra i redattori del Progetto, Ramsfeld ed il teorico della destra spinta Paul Wolfowitz, scrissero a Bill Clinton esortandolo alla guerra contro l’Iraq e alla rimozione di Saddam Hussein, perché “rappresenta un pericolo per una significativa porzione dei rifornimenti mondiali di petrolio”.
Miguel Martinez, il giornalista che ha ripreso e diffuso il primo articolo del Sunday Herald, aggiunge che “già alla fine degli anni Cinquanta un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo Paese: una coalizione sempre più stretta fra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra ed una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio”.

EMBARGO “TURISTICO”
Dopo le rivelazioni del periodico scozzese, una serie di interrogativi a cascata hanno affollato la mente dei pochi che, attraverso il web, si sono messi a lavorare per scambiarsi informazioni o interpretazioni capaci di completare il mostruoso puzzle di cui, purtroppo, tutte le principali tessere stanno trovando la loro “giusta” collocazione. Ci si chiede, ad esempio, se le propaggini canadesi dell’infezione rientrassero nel piano prestabilito, o se al contrario rappresentino un “incidente di percorso”.
Mancano, al momento, risposte attribuibili a fonti autorevoli. Ma le ipotesi lanciate sulla rete appaiono notevolmente verosimili. Ecco, ad esempio, alcune considerazioni pubblicate dal principale sito mondiale della galassia No Global, Indymedia: “Gli Usa e Israele – si legge in un circostanziato contributo diffuso lo scorso primo marzo – sono le uniche nazioni “occidentali” che non hanno attivato realmente quelle contromisure che sono state realizzate in tutto il mondo e persino in Italia a difesa di eventuali diffusioni del virus”.
A conferma di questa ipotesi si pone la notizia diffusa lo stesso giorno dalle agenzie internazionali e riportata in Italia da Repubblica: proprio nelle ore calde precedenti l’attacco in Iraq, e con la Sars alle porte, “l’amministrazione americana ha deciso di licenziare circa seimila addetti alla sicurezza negli aeroporti, pari all’11 per cento circa del totale, anche perché la minaccia terroristica sembra ora meno presente”.
Quanto al Canada, dove comunque esiste una vastissima comunità cinese, “é evidente – si legge ancora su Indymedia – che é stato punito per non aver partecipato ai crimini di guerra in Iraq, ma anche per essere una nazione che ha sempre dichiarato di fornire aiuti a Cuba”. Oggi risulterebbe vittima di quel fenomeno che in tanti ormai chiamano “embargo turistico”, con la cancellazione ufficiale, dopo le prescrizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla lista dei Paesi in cui si può viaggiare senza rischi. E conseguente crollo dei fatturati connessi al gigantesco indotto turistico, così come sta accadendo alla Cina, a Taywan e alle Filippine.
Caduto sul fronte del conflitto batteriologico, l’epidemiologo marchigiano Carlo Urbani sarebbe la prima vittima illustre della guerra invisibile dichiarata dagli Stati Uniti contro la Cina e i Paesi non allineati. Molti dubbi circondano ancora alcuni aspetti della sua infezione e morte, a cominciare dal fatto che difficilmente un ricercatore del suo calibro avrebbe omesso le precauzioni rivelatesi in grado, oggi, di preservare le migliaia di medici ed infermieri impegnati nella cura degli ammalati Sars. Senza contare il fatto che, pur essendo Urbani uno scienziato di riferimento dell’OMS, solo dopo la sua morte é scattato ufficialmente l’allarme sul nuovo flagello. Quasi che si attendesse quel “la” per generare l’ondata di panico nella popolazione mondiale. E’ per questo, per tutto questo, che oggi il virus sta subendo una nuova “mutazione”, questa volta solo di carattere terminologico. Da Severe Acute Respiratory Syndrome a Sistema Amerikano Ridimensionamento Supereconomie. Prima tappa: la Cina.

Tratto da www.lavocedellacampania.it


Il CUFI: 50 milioni di evangelisti per sostenere Israele

agosto 28, 2006

Il nuovo movimento proisraeliano negli Stati Uniti
Il CUFI : 50 milioni di evangelisti per sostenere Israele
par Thierry Meyssan – tratto da Reseau Voltaire www.voltairenet.org/fr 

In un paese in cui i cittadini hanno abbandonato gli schieramenti politici per abbracciare chiese evangeliche, la formazione dell’opinione pubblica comincia con l’inquadramento dei fedeli. Mentre preparavano l’offensiva contro il Libano, il Pentagono e Tsahal, (l’esercito israeliano, ndT) organizzavano una federazione di cristiani sionisti, la CUFI , con la missione di trasformare 50 milioni di evangelici in militanti di guerra.
Per garantirsi il sostegno dell’opinione pubblica statunitense nella guerra contro il Libano – quindi alla Siria e Iran -, il Pentagono e Tsahal hanno realizzato una struttura di inquadramento, fin dalla fine 2005, per mobilitare 50 milioni di evangelici. L’asse centrale di quest’operazione è consistito nel federare i loro leader nell’ambito di una struttura i
deologica unica: Cristiani Uniti per Israele (CUFI). La funzione di questo nuovo gruppo non è di sostituirsi all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) (1) in termini di pressione nella classe dirigente, ma di propagare la teologia sionista nelle chiese evangeliche e fare in modo che il sostegno alle offensive israeliane sia percepito dalla maggioranza di degli Stati Uniti come un dovere religioso.


Nel gennaio 2006 esce un lavoro: “Jerusalem Countdown: A Warning to the World… the Last Opportunity for Peace (Il conto alla rovescia di Gerusalemme: un allarme per il mondo… l’ultima occasione per la pace) (2). Diventa immediatamente e per tre mesi, il principale best-seller venduto in supermercato negli Stati Uniti.
Riassumiamo la sua opinione provando a restare seri: l’Iran è diretto da fanatici che vogliono cancellare Israele della carta lanciando una bomba atomica su Gerusalemme. Dopo l’invasione di Israele da parte dei musulmani ed i Russi, una seconda guerra per il controllo di Israele opporrà gli Stati Uniti da un lato, alla Cina e l’Unione europea dell’altra. È là che sorgerà l’Anticristo(3) sotto forma del presidente dell’Unione europea. Infine una terribile guerra atomica concluderà questo ciclo. La battaglia decisiva si terrà a Meggido (Armaggedon). Allora il Cristo radiante potrà ritornare su terra ricompensare coloro che hanno creduto in lui. Fortunatamente Tsahal ed il Pentagono possono fare pendere la bilancia dalla loro parte intervenendo preventivamente, anche utilizzando nuove bombe nucleari tattiche. Occorre dunque consegnare la guerra senza aspettare.
L’autore di questo best-seller militar-religioso è il pastore texano John Hagee, la nuova stella del cristianesimo sionista (4). 

Le origini del cristianesimo sioniste
Storicamente il sionismo è un fenomeno cristiano ben prima d’essere ebreo. I cristiani sionisti credono di formare un secondo popolo eletto e pensano che il loro destino sia legato a quello del popolo ebreo. Per loro, il ritorno del Cristo non si verificherà prima che gli ebrei si siano raccolti in Palestina. Per accelerare la fine dei tempi, devono dunque ricreare uno Stato per gli ebrei e non avere timore di causare cataclismi apocalittici. Il primo capo di Stato a fare del suo paese una seconda Israele e volere la creazione di uno Stato ebreo in Palestina è il puritano inglese Oliver Cromwell nel XVII° secolo. Dopo la restaurazione della monarchia, quelli dei suoi seguaci che furono cacciati del regno fuggirono in Irlanda del Nord e nei Paesi Bassi, quindi fondarono delle colonie in Africa australe ed in America. 

Questa corrente politico-religiosa non scomparve da tutta l’Inghilterra. Trovò anche una nuova espressione con il primo ministro della Regina Vittoria, Benjamin Disraeli, che è oggi il riferimento storico principale dei neo-conservatori. Tuttavia il rabbinato si è sempre fortemente opposto alla creazione d’uno stato ebraico. Quando l’occasione si era presentata nel XII° secolo, aveva rifiutato una proposta in questo senso da Saladin Il Magnifico e non aveva mai cambiato la sua valutazione (5). I cristiani sionisti dovettero attendere il XIX° secolo e il nazionalismo di Theodor Hertzl per trovare ebrei secolarizzati che accettassero i loro piani.
Come ha mostrato Jill Hamilton, la decisione di Llyod George e lord Arthur James Balfour nel 1917 di creare un “focolare nazionale ebreo” in Palestina, se ha dato luogo a numerose giustificazioni retoriche, il migliore risultato è l’avvicinamento tra cristiani sionisti e nazionalisti ebrei (6).

Tuttavia quest’alleanza urtava una contraddizione: l’antisemitismo cristiano. In effetti, i cristiani sionisti affermavano che alla fine dei tempi gli ebrei avrebbero dovuto convertirsi al Cristo o precipitavano all’inferno. In breve, un buono ebreo sarebbe un ebreo convertito al cristianesimo. In ogni caso, le unioni d’interesse a breve termine passarono prima di questo tipo di considerazione, diventarono anche una politica.
Nel corso della guerra dei Sei giorni (1967), Israele prese coscienza del peso elettorale delle sette evangeliche sioniste negli Stati Uniti ed iniziò a finanziare il loro capo, il pastore Jerry Falwell, co-fondatore del Moral Majority (7). Nel 1978, fu invitato a piantare alberi in “terra promessa” e diede il suo nome ad una foresta. Nel 1979, il governo israeliano gli offrì un jet privato per aiutarlo nel suo ministero religioso. Nel 1980, il primo ministro Menahem Begin gli appuntò solennemente a New York la medaglia prestigiosa Zeev Jabotinsky, dal nome del pensatore di estrema destra che fu il suo mentore e di cui il padre di Netanyahu fu il segretario.

Quest’alleanza è stata istituzionalizzata nel settembre 1980 in occasione del voto di una risoluzione allo Knesset (parlamento israeliano, ndT) che afferma – in violazione del diritto internazionale – che Gerusalemme è la capitale di Israele, Begin finanzia la creazione dell’ambasciata cristiana internazionale di Gerusalemme (International Christian Embassy Jerusalem). Quest’organismo sviluppa il turismo evangelico e raccoglie fondi presso i pellegrini in favore dell’immigrazione ebrea. Perciò, ha aperto un “consolato” in ogni Stato d’America.
Nell’agosto 1985, l ‘ambasciata organizza con le autorità del regime d’apartheid sudafricano il primo congresso mondiale dei cristiani sionisti (8). Si tiene a Basilea (Svizzera) nella sala in cui 98 anni prima Theodor Herzl creò il movimento ebreo sionista.

Nell’ottobre 2003, i cristiani sionisti sigillano la loro alleanza con i neo-conservatori in occasione del vertice di Gerusalemme, in presenza di Ehud Olmert e di Benjamin Netanyahu (9).
Infine, il 5 gennaio 2004, l ‘ufficio capo di Gerusalemme ha creato un gruppo ad hoc di 14 parlamentari dello Knesset, i Christian Allies Caucus (10).
Tutte quest’operazioni sono state condotte con l’aiuto di un’organizzazione discreta, Fellowship Foundation, che supervisiona e finanzia con discrezione dal Pentagono una miriade di chiese evangeliche nel mondo (11).

La teologia delle due alleanze
L’originalità del pastore John Hagee è di avere conciliato la fede evangelica alla realtà dello Stato di Israele. Fin dal 1988, afferma che gli ebrei che osservano la legge di Mosè saranno salvati senza doversi convertire al Cristo. È la «teologia delle due alleanze»: Dio ha concluso patti diversi con i suoi due popoli eletti, gli ebrei e gli evangelici. Il reverendo Hagee è stato inizialmente respinto da Jerry Falwell, quindi reintegrato nell’accordo cristiano sionista, di cui diventa oggi il portavoce (12). Questo percorso e questa innovazione ideologica fanno di lui l’uomo ideale per trasformare il movimento religioso sionista cristiano in un lobby di massa per Israele.

Il 7 febbraio 2006, il reverendo John Hagee organizza in Texas una riunione di 400 pastori evangelici statunitensi in previsione della creazione di una federazione dei cristiani sionisti. Simultaneamente, lancia con l’ambasciata cristiana una rivista bimestrale diffusa come supplemento dal Jerusalem Post, la JP Christian Edition.
Il Jerusalem Post è un quotidiano neo-conservatore diretto da Aviv Bushinsky, ex consulente in comunicazione e portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il supplemento mescola articoli sul parco d’attrazione evangelica in Galilea e altri sulla minaccia iraniana, e i suoi bracci armati Hamas e Hezbollah. Vi si denunciano anche i professori universitari europei che analizzano la scrittura della bibbia nel suo contesto socio-storico e trattano Israele biblico come un mito. Lungi dall’essere un handicap per la sua nuova missione, l’estremismo del reverendo Hagee soddisfa i Likoudniks: non ha scritto un elogio dell’assassinio di Yitzhak Rabin, colpevole ai suoi occhi d’aver svenduto la “terra promessa”? (13)

La federazione dei cristiani sionisti nasce in occasione di un banchetto di 3.500 pastori e responsabili evangelici all’hotel Hilton di Washington… il 18 luglio 2006, cioè cinque giorni dopo l’inizio dell’offensiva israeliana contro il Libano. La Provvidenza fa bene le cose e questa è l’occasione di una mobilizzazione di tutte le organizzazioni evangeliche a favore di Tsahal. Al microfono, oltre al pastore Jerry Falwell, si succedono parlamentari statunitensi (i senatori Sam Brownback, John Cornyn, Kay-Bailey Hutchison et Rick Santorum, i rappresentanti Henry Bonilla), l’ambasciatore di Israele Daniel Ayalon e l’ex capo di stato maggiore il generale Moshé Yaalon. La nuova federazione prende il nome di Christians United for Israele (CUFI) (14).

Dalla folla, i parlamentari del CUFI realizzano Israel Allies Caucus alla Camera dei rappresentanti per fare accordi con i Christian Allies Caucus dello Knesset. Esso è copresieduto dal repubblicano Dave Weldon ed dal democratico Eliot Engel (15). Gruppi parlamentari identici sono in corso di formazione alle Filippine ed in Corea del Sud. Se il reverendo John Hagee è un predicatore di successo, a capo di un piccolo impero di comunicazione, non è la testa pensante del CUFI. La federazione cristiana sionista è diretta da David Brog, un assistente parlamentare sionista ebreo ed inoltre un cugino dell’ex primo ministro Israeliano Ehud Barak. Benché comprenda parlamentari democratici, la CUFI pesca quasi esclusivamente su territorio repubblicano. Mantiene evidentemente legami stretti con la Casa Bianca ed ha svolto un ruolo importante nell’adozione da parte del congresso di una risoluzione che «condanna i recenti attacchi contro lo Stato di Israele, che tiene i terroristi ed i loro stati sponsor come responsabili di quest’attacchi, e che sopporta il diritto di Israele all’autodifesa»(16). Testo redatto dall’AIPAC e votato con 410 voti contro 8 alla Camera dei Rappresentanti ed all’unanimità al Senato. Inoltre la CUFI ed Israel Allies Caucus hanno convinto 115 rappresentanti a scrivere al presidente Bush perché indurisca le sanzioni contro la Siria.

È David Brog che ha lanciato l’espressione “dolori del parto” a proposito del rimodellamento del Grande Medio Oriente, citando il vangelo secondo Matteo, capitolo 24.
Dalle guerre attuali, un mondo nuovo sorgerà. Gesù non ha detto: «Che molti verranno nel nome mio, dicendo: “Io sono il Cristo”; e travieranno dimolti. Perché dovrete sentire guerre e sentori di guerre. Guardate di non vi turbare. Che conviene ch’ogni cosa accada, ma non ancora la fine (…) e tutto ciò non farà che cominciare i dolori del parto». Un’espressione ormai ripresa da Condoleezza Rice per quegli evangelici aderenti alla politica neo-conservatrice (17).
«Israele fa il nostro lavoro e opera per i popoli liberi. I suoi nemici sono gli stessi nemici di quelli degli Stati Uniti. Si tratta di una battaglia che si iscrive in una guerra più ampia, quella contro la civilizzazione giudeo-cristiana delle forze del bene contro quelle del male (…) Israele è in prima linea nella guerra contro il terrorismo e possiamo soltanto sostenerlo», hanno dichiarato David Brog all’AFP, alcuni giorni fa(18).

Il principale lavoro di David Brog è di riunire ebrei e cristiani sionisti facendo dimenticare secoli d’antisemitismo cristiano (19). Non è facile in un paese che, due anni fa, applaudiva una pellicola di Mel Gibbson, “La passione del Cristo”, che rappresenta gli ebrei come deicidi (20). Nel maggio 2006, il sig. Brog ha pubblicato una libro: “Standing with Israele: Why Christians Support Israele” (Stare con Israele: perché i cristiani sostengono Israele) (21). Prendendo alcune libertà con la storia, vi afferma che i due popoli eletti si sono riconciliati quando gli Stati Uniti hanno superato il Terzo Reich ed hanno votato la creazione dello Stato di Israele.

L’impatto del CUFI
Il pastore John Hagee dispone di mezzi di comunicazione eccezionali. Produce due volte al giorno un talk-show diffuso da una delle tre grandi reti televangeliche al mondo, Trinity Broadcast Network (TBN). Questo programma, accessibile via satellite nel mondo intero è ricevuto da 92 milioni di case negli Stati Uniti. TBN è stata sempre legata ad Israele ed al governo sudafricano all’epoca dell’apartheid (22). Il reverendo Hagee può anche contare sulla casa editoriale del suo amico Steve Strang che pubblica il mensile Charisma
Inoltre John Hagee non ha problemi finanziari. Nel 2000, ha comperato un ranch a Brackettville (Texas) per 5,5 milioni di dollari gestito dal Texas Israel Agricultural Research Foundation. Può ricevere i suoi amici, i cui aerei atterrano sul suo aeroporto privato. Nel 2001, il salario di questo predicatore benedetto da Dio ammontava a 1,25 milioni di dollari (23)

Kevin Philips, che è considerato come uno dei migliori esperti di sociologia elettorale negli Stati Uniti, garantisce che l’amministrazione Bush si sostiene su tre gruppi sociali: la borghesia legata al petrolio, i fedeli evangelici, ed i pensionati che vivono a credito (24). L’inquadramento delle chiese evangeliche si è sostituita a quella dei partiti repubblicani, le evoluzioni teologiche sono determinanti per la politica di Washington
È troppo presto per affermare che l’obiettivo del CUFI è raggiunto. Tuttavia, di fronte agli eventi che insanguinano il Libano, il 68% degli Stati Uniti dichiara ai sondaggi che si sentono spontaneamente vicini ad Israele e 63% che l’amministrazione Bush deve proseguire o aumentare il suo sostegno militare a Tsahal (25).

Note:
[1] « Les fondamentalistes pour la guerre » par Thom Saint-Pierre, Voltaire, 3 avril 2003.
[2] Jerusalem Countdown : A Warning to the World…the Last Opportunity for Peace, par le révérend John Hagee, Frontline éd., 2006.
[3] Pour les chrétiens, l’Antechrist est un personnage qui doit venir avant (= ante) le Christ pour égarer les fidèles. Il est parfois appelé Antichrist pour souligner qu’il s’oppose (= anti) au Christ.
[4] « Pastor Strangelove » par Sarah Posner, American Prospect, 6 juin 2006.
[5] Les Croisades vues par les arabes par Amin Maalouf, j’ai lu, 1999.
[6] God, Gunns and Israel  : Britain , the First World War and the Jews in the Holy Land , par Jill Hamilton, Sutton Publishing, 2004.
[7] Jerry Falwell : An Unauthorized Profile, par William Goodman et James Price, Lynchburg , 1981.
[8] Prophecy and Politics, Militant Evangelists on the Road to Nuclear War, par Grace Halsell, Lawrence Hill & Company, 1986. L’auteur, qui a assisté au congrès en qualité de journaliste, était l’ancienne rédactrice des discours du président Johnson.
[9] « Sommet historique pour sceller l’Alliance des guerriers de Dieu », Voltaire, 17 octobre 2003.
[10] « The Judeo-Christian Alliance – Is the Messianic Era Beginning ? » Par Victor Mordechai, Israel Today Magazine, 16 février 2004. Le caucus est présidé par le député Yuri Shtern, l’un des membres du Bureau du Sommet de de Jérusalem.
[11] À ce sujet on se reportera aux trois présentations délivrées à la conférence Axis for Peace à propos de la percée évangélique en Amérique latine, dans le monde arabe, et en Afrique noire. Dont « Les Églises évangéliques et le jeu des États-Unis dans le monde arabe » par Charles Saint-Prot, Voltaire, 14 novembre 2005.
[12] La condamnation d’Hagee est publiée par Falwell dans Liberty Flame du 6 mai 1994 sous le titre « John Hagee : Heretic ? » Au passage, elle donne lieu à une critique de la vie privée du révérend Hagee qui divorca de sa première femme pour épouser une adolescente. Sa réhabilitation a lieu à l’occasion d’un meeting de la Liberty University , le 4 juillet 2002. Voir « Falwell festivities have surprise guest, » par Julia Duin, The Washington Times, 3 juillet 2002 ; et « Old foes Falwell, Hagee defuse fireworks ar ‘old-fashioned fourth’ », Church and State, septembre 2002.
[13] in The Beginning of the End, par John Hagee, STL, 1996.
[14] « Christian group to advocate more support for Israel  » par Julia Duin, The Washington Times, 13 juillet 2006. « Evangelical Christians plead for Israel  » par Richard Allen Greene, BBC, 19 juillet 2006.
[15] « Congress forms Israel Allies Caucus » par Etgar Lefkovits, The Jerusalem Post, 27 juillet 2006.
[16] Résolution HR 921 du 20 juillet 2006.
[17] « Les néo-conservateurs et la politique du « chaos constructeur » par Thierry Meyssan, Voltaire, 25 juillet 2006.
[18] « Pour des évangélistes, la guerre au Proche-Orient est “entre le Bien et le Mal” », AFP, 11 août 2006.
[19] « Birth Pangs of a New Christian Zionism » par Max Blumenthal, The Nation, 8 août 2006.
[20] « L’implosion de l’alliance judéo-chrétienne », Voltaire, 23 février 2004.
[21] Standing with Israel : Why Christians Support Israel, par David Brog, Frontline, 2006.
[22] Spiritual Warfare, The Politics of the Christian Right, par Sara Diamond, South End Press, 1989.
[23] « Critics say John Hagee’s compensation is too high » par Analisa Nazareno, San Antonio Express-News, 20 juin 2003.
[24] American Theocracy : The Peril and Politics of Radical Religion, Oil, and Borrowed Money in the 21st Century, par Kevin Phililips, Viking, 2006. Kevin Phillips est l’ancien conseiller électoral du président Nixon.
[25] Sondage CNN réalisé les 2 et 3 août 2006