I tre fronti – Prima parte

Agosto 29, 2006

di SbancorNasrallah.jpg
L’Italia sta per mandare 3.500 soldati allo sbaraglio su quello che G.W.Bush ha definito “il terzo fronte” della guerra al terrorismo. Ma qual è il terzo fronte? Oggi è la frontiera libano-israeliana. Già lungamente ed inutilmente presidiata dall’UNIFIL. Ma dalla fine di agosto, quando l’Iran risponderà negativamente alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul nucleare, il Terzo Fronte, quello vero, sarà l’Iran e, forse anche la Siria.
Ora se valutiamo con spirito equanime l’andamento delle operazioni sugli altri due fronti, Afghanistan e Iraq, c’è di che rabbrividire.
Cito da fonte non sospetta: Alessandro Politi, in un paper intitolato Un multipolarismo difficile, presentato all’interno del Rapporto Nomisma “Nomos & Khaos” 2005:

“La guerra in Afghanistan (Operazione Enduring Freedom) rischia di essere persa. (…) Secondo le mappe pubblicate dall’ONU tra il giugno 2002 ed il febbraio 2004 la coalizione non solo non sta vincendo ma ha subito una costante erosione nel controllo delle province disputate. Se un tempo solo tratti della frontiera pakistana erano insicuri, ora lo è l’intera fascia frontaliera. Nel giro di un anno (aprile 2005) secondo mappe non pubblicate, il saliente ribelle nelle province di Uruzgan, Zabul, e Ghazni è aumentato del 20% circa sul totale (…) Concretamente dopo le azioni di disarmo e smobilitazione del luglio 2005, vi sono ancora dai 100.000 ai 180.000 irregolari in armi, dei quali 2-3000 combattenti talebani e irriducibili ed un centinaio di qa’edisti”.

Domanda: E gli altri chi sono? Le antiche milizie dei “signori della guerra e dell’oppio”? In parte sicuramente. Ma molti sono semplicemente afghani che di fronte alla distruzione dei villaggi, ai danni collaterali, all’uccisione di vecchi donne e bambini, ma soprattutto di fronte all’insipienza dell’intervento della coalizione e del governo fantoccio di Kabul, hanno semplicemente deciso che era più prudente rimanere in armi. Le corrispondenze di Gino Strada e di Vauro dal “fronte afghano” degli ospedali di guerra valgono molto più delle scempiaggini di analisti, esperti militari e giornalisti!
Certo, secondo Politi “se questa guerra viene persa, l’intera ONU e la coalizione militare impegnata nell’operazione subiranno lo stesso scacco politico patito dai sovietici nel 1988, con prevedibili effetti nelle minoranze arabe o mussulmane jihadiste o simpatizzanti”

Peccato che questo effetto l’abbiamo già ottenuto proprio con la “guerra afghana”: un’operazione di polizia che doveva individuare e catturare i vertici di Al Qa’eda ed arrestare (dead or alive) Osama bin Laden. Sono passati cinque, dico cinque anni. Osama e Zahwahiri sono ancora a piede libero – e qualcuno mi deve spiegare perché – e Enduring Freedom e Isaf – che militarmente sono la stessa cosa hanno fallito il loro obiettivo principale e sono divenute una “guerra coloniale”. E la storia insegna che le “guerre coloniali” in Afghanistan le hanno perse tutti, tranne Alessandro il Grande. Ma non mi sembra che la “coalizione” sia paragonabile alla falange macedone!

Ma continuiamo a leggere Politi: “La guerra in Iraq è invece persa. Sul piano strategico reale gli Usa avevano puntato a trasformare l’Iraq in un perno di manovra strategico nel Medio Oriente, con la possibilità di rimpiazzare le grandi basi perdute in Arabia Saudita di fronte alla pressione di Al Qa’eda e della casa regnante. A livello simbolico le forze USA oggi non riescono nemmeno a controllare l’autostrada che collega l’aeroporto di Baghdad alla Zona Internazionale, tanto è vero che gli spostamenti diplomatici avvengono solo in elicottero”

In più c’è la “Guerra Civile irachena” fra Sciiti e Sunniti, che potrebbe portare addirittura a uno “dissociazione” (è il termine che si usò in Jugoslavia) dello Stato Iracheno o a qualche forma molto radicale di federalismo. Vedi qui.
Solo nel mese di luglio ci sono stati 3.438 morti di morte violenta, secondo dati del Ministero della Sanità e della “Morgue”.
Centodieci morti al giorno. Più delle vittime complessive del conflitto israelo-palestinese. Nei primi sette mesi dell’anno i morti sono stati, sempre secondo fonti del governo iracheno, 17.776. E c’è la provincia di Bassora pronta a esplodere (vedi qui).
E c’è l’Iran che deve solo aspettare che l’Iraq o gran parte di esso finisca per gravitare nella sua area di influenza. Già è stato siglato un accordo sul petrolio fra Iran e Iraq.
“Secondo l’accordo, Baghdad spedirà a Teheran 100 mila barili di greggio al giorno. In cambio l’Iran invierà all’Iraq 2 milioni di litri di prodotti raffinati al giorno. Il trasporto del carburante avverrà in un primo momento su strada, ma le due parti non escludono la costruzione di un oleodotto che colleghi i due paesi. Si tratta di un risultato importante per l’Iraq, che e’ costretto spesso a importare derivati del petrolio a causa dei continui attacchi dei miliziani all’industria petrolifera. Un tempo estremamente tesi, i rapporti tra Baghdad e Teheran sono migliorati da quando un governo a maggioranza Sciita ha preso il potere a Baghdad.” (Repubblica online, 16 agosto 2006)

Le conseguenze mediatiche della guerra in Libano

La capacità di resistenza, per non dire la “vittoria”, degli Hezbollah contro l’esercito più forte del Medioriente, l’Idf, ha segnato probabilmente una svolta cruciale, che non riguarda solo il Libano.
Essa ha due conseguenze immediate, uno sul piano della comunicazione – che nella guerra al terrorismo è fondamentale – e un’altra sul piano della geopolitica dell’area.
Nonostante gli sforzi per attribuire agli “Hezb” l’etichetta di “terroristi”, compito a cui si è dedicata gran parte della stampa occidentale, e italiana in particolare, è sinceramente difficile convincere l’opinione pubblica che un gruppo così radicato nel Sud del Libano, rappresentato da due ministri nel governo libanese, alleato con forze come quelle del Generale Aoun, cristiano-maronita, un gruppo che gestisce ospedali, centri di assistenza e che ora manda i suoi militanti nelle aree colpite dai bombardamenti per fornire supporto alla popolazione, sia solo un gruppo di efferati “terroristi” (1).
Il che non esclude ovviamente che gli “Hezb” abbiano condotto operazioni con tecniche terroristiche.
Secondo l’israeliano Intelligence and Terrorism Information Center at the Center for Special Studies (CSS) Hezbollah sarebbe responsabile fra l’altro,

- dell’autobomba all’ambasciata americana di Beirut del 18 aprile 1983, (63 vittime)
- dell’autobomba contro le caserme dei marines e del corpo dospedizione francese in Libano il 23 ottobre dello stesso anno (241 marines e 58 paracadutisti francesi uccisi).
- dell’autobomba del 20 settembre 1984 contro un sito annesso all’ambasciata USA a Beirut Est (30 morti)
- dell’attentato alla AMIA, un centro ebraico a Buenos Aires nel luglio del 1994 (86 morti)
- dell’attentato all’ambasciata israeliana sempre a Buenos Aires nel1992.

Per dovere di cronaca: i primi tre attentati furono rivendicati dalla Jihad Islamica, un gruppo inizialmente proveniente dai “Fratelli Mussulmani” (sunniti) ma che dal 1979 manifestò simpatie per la rivoluzione khomeinista e che da tempo è considerato legato all’Iran. Sempre per dovere di cronaca. Secondo il CSS l’ex presidente argentino Carlos Menem, incassò, per ordine di Kamenei, una tangente da 10 milioni di dollari su una Banca Svizzera per depistare le indagine sull’attentato all’AMIA.
Ma di fronte al bombardamento indiscriminato di Beirut Sud molti, anche in Occidente, iniziano a pensare che fra lanciare bombe dagli aerei su pulmini carichi di profughi, su ambulanze o ricoveri di donne e bambini, e portarle con le proprie mani o peggio con il proprio corpo, non esista una differenza morale o etica rilevante. Al massimo sono diverse le tecnologie adottate.
E’ qui che incomincia a crollare la costruzione mediatica, ma anche giuridica della “Guerra al Terrorismo”.

Partiamo dalla normativa:a livello di Assemblea delle Nazioni Unite nel 1994 si definisce il terrorismo come degli: “Atti criminali intesi o calcolati per provocare uno stato di terrore nel pubblico in generale, o verso un gruppo di persone o particolari persone”.
Nel 1999 sempre l’Assemblea ONU, Risoluzione 54/164 al punto 3: “Ribadisce la propria assoluta condanna degli atti, metodi e pratiche terroristiche, in tutte le forme e manifestazioni, in quanto azioni che mirano alla distruzione dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della democrazia, minacciano l’integrità territoriale degli Stati, destabilizzano i governi legittimamente costituiti, colpiscono il pluralismo della società civile e pregiudicano lo sviluppo economico e sociale degli Stati”
Basterebbero queste due citazioni a dimostrare che il bombardamento del Libano è stata una azione terroristica. Non solo nel metodo ma anche nel merito. Seymour M. Hersh, il giornalista americano che scoprì la strage di My Lay in Vietnam, ha scritto su The New Yorker del 21 agosto che l’attacco al Libano era stato preparato da molto tempo prima e con il pieno consenso del Governo Americano. Non solo: “Secondo un ex membro dell’intelligence israeliana, il piano iniziale, così come schematizzato da Israele, prevedeva un massiccio bombardamento in risposta alla prossima provocazione degli Hezbollah. (…) Israele riteneva che prendendo di mira obiettivi come le infrastrutture del Libano, incluse le autostrade, i depositi di carburante, e perfino le strade normali e il principale aeroporto di Beirut, ciò avrebbe persuaso la maggior parte della popolazione Cristiana e Sannita del Libano a rivoltarsi contro gli Hezbollah”.Un magistrato direbbe che la fattispecie del reato di “terrorismo”, così come descritto dalla risoluzione dell’Assemblea dell’ONU si applicherebbe perfettamente al comportamento israeliano.Nonostante gli “Hezbollah” possano essere considerati una organizzazione “terroristica”, ciò che è apparso evidente nei giorni scorsi è che la differenza fra “terrorismo” e “terrorismo di Stato” è estremamente labile. Anzi inesistente.

Pare che agli americani i quali, dopo la strage di Qana, chiedevano a Olmert di limitare i danni civili, egli abbia risposto irritato “E voi cosa avete fatto in Kossovo! Lì non subivate neanche il lancio di una katjuscia, e avete massacrato diecimila civili!”
Non c’è dubbio, la nostra politica è fatta da gentiluomini di vecchio stampo.
Gli attentati di Londra avrebbe potuto rilanciare la “visione classica” del terrorismo islamico: aerei carichi di civili che esplodono in aria. Ma ogni giorno che passa anche la stampa inglese non nasconde un certo scetticismo. Qualcuno l’ha ironicamente chiamata la “strage dei biberon” per il gran numero di biberon finiti nei cestini durante la ricerca di esplosivo liquido. Ma è proprio l’esplosivo liquido a costituire un problema. The Royal Society of Chemistry, una autorevole associazione scientifica inglese ha pubblicato sul suo bollettino Chemistry World un articolo di B.Perks e K Sanderson che solleva molti dubbi sulla possibilità di utilizzare esplosivo liquido sugli aerei. In breve, gli esplosivi liquidi più conosciuti sono la nitroglicerina e il triacetone triperoxide (TATP), che non è propriamente un esplosivo liquido, ma è un solido proveniente dalla combinazione di componenti liquide. L’idea di portare nitroglicerina su un aereo è semplicemente folle: esploderebbe durante i controlli a terra, ad esempio quando passa sotto i raggi X, se non addirittura durante il trasporto in aeroporto. Il TATP sembra sia stato usato negli attentati alle metropolitane di Londra lo scorso anno, a detta dei laboratori che hanno svolto le indagini su un campione rimasto inesploso. Ma introdurre le componenti liquide del TATP in aereo e produrlo nella “toilette” dell’aeroplano è altrettanto improbabile. Sono necessarie “basse temperature e tutta l’operazione va effettuata in una soluzione acquosa”.

Gli obiettivi geopolitici.

Sempre secondo Seymour Hersh “l’obiettivo a lungo termine dell’Amministrazione USA era di aiutare la nascita di una coalizione Arabo-Sunnita – comprese nazioni come l’Arabia Saudita, la Giordania, e L’Egitto – coalizione che si sarebbe dovuta unire nella “pressione” degli Stati Uniti e dell’Europa contro il predominio dei mullah Sciiti in Iran.
Questo, però, se Israele avesse vinto sul campo in modo incontrovertibile. Esattamente il contrario di quanto è successo.
Pare che la stessa Amministrazione Bush si sia divisa a un certo punto al suo interno, fra la posizione di Cheney, favorevole ad appoggiare a oltranza Israele, e quella di Condoleeza Rice. La Rice, dopo aver consentito, attraverso la sciagurata “Conferenza di Roma”, il proseguimento dell’offensiva israeliana, si è accorta dell’errore commesso e ha addirittura chiesto al Presidente di poter aprire un tavolo di trattativa con la Siria, cercando un ruolo di mediazione. Donald Rumsfeld buttava fumo dal naso: pur odiando gli Hezbollah si era reso conto che, se le milizie scite irachene avessero attaccato le “sue” truppe in Iraq, la situazione sarebbe volta al peggio. Rumsfeld era in alla Casa Bianca nel 1975, quando le truppe americane si ritirarono dal Vietnam. Non voleva ripetere l’esperienza.

Si potrebbe ironizzare a lungo sulle strategie americane in Medio Oriente, sui goffi tentativi di governare i “signori della guerra” in Afghanistan, sui tentativi di alleanza prima con gli Sciiti e poi con i Sunniti in Iraq, sulle “relazioni pericolose” con la famiglia saudita, e così via, fino al fiasco libanese.
E però questa immagine degli americani adolescenti malcresciuti, affetti da sindrome di Peter Pan, ignoranti di storia e di cultura è uno stereotipo un po’ troppo logorato e sostanzialmente falso. Ad esempio la trasformazione della resistenza all’occupazione USA nella Guerra Civile Irachena è stata un’operazione studiata in gran parte a tavolino . L’utilizzo dell’ala qa’edista di Zharkawi (chiunque esso sia stato) è stata probabilmente una grande operazione di intelligence. Non a caso l’amministrazione americana diede sin dall’inizio gran risalto alla presunta lettera di Zharkawi alla dirigenza di Al Q’aeda , in cui si sosteneva la guerra civile contro gli sciti, chiamati eretici “sabei”, lettera diligentemente riportata dal sito “New American Century” http://www.newamericancentury.org/middleeast-20040212.htm
E anche durante la guerra in Libano, guarda caso Ynet, agenzia israeliana, riporta le dichiarazioni dello Sceicco Safar al Hawali, antico maestro di Osama Bin Laden, il quale definisce “il Partito di Dio” (Hezbollah) come “il Partito di Satana” e dichiara di aver emesso una fatwa per vietare ai credenti di sostenere in qualsiasi modo gli Hezb.

Storicamente gli americani sono esperti di guerre etnico-religiose, fin dalle Guerre Indiane del tempo della frontiera, alla conquista delle Filippine, al Vietnam, con l’utilizzo della minoranza Hmong, alla Jugoslavia, alla guerra in Afghanistan, con il conflitto fra tagiki, ukbeki, azeri e pashtun.
L’ipotesi di una “dissociazione” dell’Iraq in una federazione di Stati (2) certo comporterebbe vantaggi e svantaggi: Uno dei problemi più complessi è la concentrazione delle risorse petrolifere dei campi di Kirkuk nell’area a prevalenza curda. Le relazioni con la Turchia diverrebbero certamente più tese.
L’ipotesi di uno stato unitario “pacificato” a prevalenza Sciita è però ancor più pericolosa per gli USA.
In Iraq i partiti di estrazione Sciita di fatto monopolizzano il governo e sono per adesso indispensabili agli americani per il contenimento della guerriglia, soprattutto di estrazione “baathista”-sunnita. In Libano gli Hezbollah sono direttamente collegati all’Iran e controllano l’intero Sud del Libano, esprimono membri del governo libanese e raccolgono il 28% dei consensi elettorali; in Palestina, area ad assoluta maggioranza Sunnita, l’Iran controlla almeno un gruppo della resistenza, la Jihad Islamica, e mira a diventare il paese di riferimento per le ali più oltranziste del movimento palestinese, dopo l’azzeramento della dirigenza di Hamas effettuato dagli israeliani. Non bisogna dimenticare infine che il gruppo dirigente siriano che fa capo a Bashir Assad è anch’esso parte della Sh’ia, anche se di una setta particolare come gli alawithi. I musulmani Sciiti nel mondo sono ormai 130 milioni, la maggioranza in Iran, il 60% in Iraq, il 30% in Libano. Ma sono presenti ormai anche in Pakistan, in Palestina e persino nella culla dell’ortodossia Sunnita ottomana: la Turchia.

Il “Terzo Fronte” appare indubbiamente il più duro. Ed è proprio lì che vogliamo inviare le nostre truppe. Viste le scarse risorse di cui dispone il nostro malconcio paese e la miseria prossima ventura che quel menagramo di Tommaso Padoa Schioppa non cessa di ricordarci ogni volta che apre bocca, invece di militari costosi quanto inutili, non sarebbe meglio mandare che so io Emergency, la Protezione Civile, un po’ di società di ingegneria e costruzione per avviare la ricostruzione di un paese di cui avremmo dovuto impedire la distruzione? Lasciamo ai Parà francesi il compito di interposizione. Ché sul Libano hanno qualche responsabilità storica maggiore delle nostre.
NOTE DI CARMILLA:

1) Si vedano gli articoli di José Steinsleger e di Lara Deeb su Rebelión.
2) Ipotesi già contemplata come quasi inevitabile in un libro scritto prima dell’invasione dell’Iraq: Sandra Mackey, The Reckoning. Iraq and the Legacy of Saddam Hussein, W.W. Norton & Company, New York-London, 2002.

(CONTINUA)

Pubblicato Agosto 18, 2006 04:25 AM


United S.A.R.S. of Amerika

Agosto 28, 2006

I padroni della S.A.R.S. – La vera storia del virus
per gentile concessione della rivista mensile “La Voce della Campania

Di Rita Pennarola

CHE LA TERZA GUERRA mondiale sarebbe cominciata “con uno starnuto” l’aveva già detto qualche anno fa un Bill Clinton in apparente vena di humour nero, ma in realtà con una lungimiranza che oggi fa ghiacciare il sangue. Perché la tremenda epidemia di SARS, la sindrome respiratoria acuta, definita anche polmonite atipica, potrebbe essere niente altro che un nuovo, premeditato e “preventivo” atto di quel conflitto planetario destinato a liberare il campo da ogni possibile antagonista o competitore dell’unica, invincibile superpotenza mondiale.
Mentre infatti la stampa ufficiale, controllata dai forti interessi economici transnazionali, si affretta a caricare di drammatici significati la «maledizione biblica» che ha colpito il popolo cinese, sul web si rincorrono articoli gravidi di indizi sul colossale «atto di guerra contro la Cina e i Paesi asiatici» lanciato dagli Stati Uniti a inizio del 2003, quasi in contemporanea con gli ultimatum che hanno preceduto per settimane l’aggressione all’Iraq.
Nonostante la fitta cortina di coperture giornalistiche, qualcosa comunque riesce a filtrare anche sulla stampa occidentale. Ha l’effetto dirompente di una bomba giornalistica, ad esempio, l’articolo che esce il 15 settembre dello scorso anno sul settimanale scozzese «Sunday Herald» a firma di Neil Mackay. Alla vigilia della grande offensiva lanciata contro Saddam Hussein, il giornalista porta per la prima volta alla luce su un mezzo di larga diffusione un documento che doveva rimanere segreto: il «Progetto per un nuovo Secolo americano» (finalizzato al dominio globale statunitense), messo a punto dallo staff di George W. Bush ancor prima che il boss texano diventasse presidente degli Stati Uniti, con l’’appoggio dei colossi petrolchimici americani. A redigere quel documento nel settembre 2000 (un anno esatto prima dell’attacco alle Torri Gemelle) furono, fra gli altri, l’attuale numero due di Bush Dick Cheney, il sottosegretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il fratello del presidente Jeb Bush e Lewis Libby, un uomo ombra di Cheney, Sede del Progetto, definito in sigla PNAC, quella di un giornale di proprietà di Rupert Murdoch, l’uomo che di fatto concentra nelle sue mani il sistema dei media in America ed oltre, con propaggini spinte in Italia, grazie all’alleanza stretta con Silvio Berlusconi.
Ignorato dalla stampa nel nostro Paese, nonostante la pubblicazione sul popolare settimanale scozzese, quel documento al calor bianco è stato diffuso in italiano sul web dall’editrice di Bologna «Nuovi Mondi Media», collegata al sito militante «Information Guerrilla», diretto da Roberto Vignoli. Un’azione coraggiosa, che ha consentito ad alcuni segmenti maggiormente impegnati della società italiana di conoscere e far circolare quelle notizie. E’ il caso dello storico Franco Cardini, che proprio al delirante piano di Bush & C. per il controllo globale ha fatto un riferimento durante la puntata di «Porta a Porta» del 22 marzo scorso.

Morte alla Cina
Riletto oggi, a distanza di oltre sei mesi dalla prima pubblicazione sul «Sunday Herald», quel Progetto mostra in maniera netta quanto il controllo della Cina fosse per gli USA di Bush un obiettivo non più rinviabile, soprattutto dopo l’annessione delle risorse petrolifere del Golfo. E quali metodi già a settembre 2000 si stessero mettendo a punto per realizzarlo.
«In quel documento – scrive Mackay – si legge che “anche se Saddam dovesse uscire di scena, le basi nell’Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente – nonostante l’opposizione locale tra i regimi nei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani – perché anche l’Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all’Iraq agli interessi statunitensi». Passando in Estremo Oriente, il Progetto «mette la Cina sotto i riflettori – continua il giornalista scozzese – per un “cambio di regime”, aggiungendo che “è arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell’Asia sudorientale”. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina».
Come realizzare questa “democratizzazione” della Cina, in crescita esponenziale sui mercati (+23 per cento l’anno) ed assai poco incline a lasciarsi colonizzare dai texani? E in che modo farlo senza aprire nuovi, palesi conflitti sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale sconvolta dai massacri di civili inermi in Iraq? Lo spiega ancora il «Sunday», citando alcuni brani successivi di quel documento: «Gli USA – si legge nell’articolo – potrebbero prendere in seria considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche, che pure sono state messe al bando. Il testo dice: “nuovi metodi di attacco – elettronici, non letali, biologici – diventeranno sempre più possibili. Il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi”». Più in dettaglio, sono previste «forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici» e che «potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un’arma politicamente utile».
Quell’arma letale oggi si chiama SARS.
E proviene da un ceppo sconosciuto di coronavirus, frutto di un’abile clonazione tra l’agente patogeno del morbillo e quello della parotite epidemica. Un «mostro» d’ingegneria genetica, in grado di selezione esattamente il tipo di DNA da colpire (quello della razza asiatico-cinese), creato in laboratorio da esperti ai massimi livelli scientifici. Un esercito, insomma, di soldati invisibili, capaci di provocare lutti e devastazioni, ma anche crolli dell’economia nei Paesi in cui sono stati mandati a colpire.
Sergei Koleshnikov, dell’Accademia russa delle scienze mediche, nella prima settimana di aprile ha espresso analoghe convinzioni durante una conferenza tenuta ad Jrkutsk, in Siberia. «Un virus composto come quello responsabile della SARS – afferma l’accademico – non può formarsi spontaneamente in natura. Può essere creato solo in laboratorio». «E quando si creano armi batteriologiche – precisa inoltre – in genere allo stesso tempo si lavora sul vaccino». L’antidoto, dunque, sarebbe già bello e pronto. Ma verrà reso disponibile solo al momento “opportuno”.

Con AVI (BioPharma) si vola
25 aprile 2003. Secondo il piano di comunicazione messo a punto dalle multinazionali farmaceutiche che sostengono il governo Bush, scatta l’ora X. La macchina dell’informazione a stelle e strisce detta alla stampa internazionale le prime notizie sulla “scoperta” di un farmaco decisivo per combattere la polmonite atipica.
«USA: farmaco contro la SARS entro pochi mesi», titola a tutta pagina «Il Corriere della Sera». Riportando notizie diffuse dal «Times» di Londra, il quotidiano di via Solforino fa sapere che «i primi esperimenti effettuati dall’Istituto nazionale di Sanità statunitense su un vaccino realizzato dalla società americana AVI BioPharma dell’Oregon avrebbero confermato la capacità del preparato nell’uccidere il virus responsabile della polmonite atipica, tanto da spingere a realizzarlo entro le prossime due settimane».
Passaggi lampo, dunque, ben diversi da quelli cui è abituata l’opinione pubblica dopo una scoperta scientifica.
Qualcuno, insomma quell’antidoto doveva averlo già pronto nel cassetto da tempo. Del resto, risulta proprio una “specialità” dell’AVI BioPharma quella di selezionare catene di acido nucleico complementari rispetto a quelle del virus e in grado, quindi, di bloccarne la riproduzione. Il sistema «antisense», come viene chiamata questa tecnica, è presente nel materiale illustrativo della potente multinazionale già da numerosi anni.
Con sede a Portland, nell’Oregon, ed una produzione farmacologia basata sull’azione di contrasto a virus come quello dell’epatite C o la famiglia del mutante SARS, AVI già prima che l’epidemia da polmonite atipica fosse resa nota alla popolazione mondiale presentava per il 2003 un business plan da capogiro, con fatturati da oltre 1 miliardo di dollari per le sole attività connesse con alla cura dei coronavirus. Grasso che cola, quindi, l’esplosione della malattia. Al punto che il 25 aprile scorso «The Business Journal» di Portland riporta notizie sulla straordinaria performance del titolo AVI BioPharma (+37 per cento), dovuto all’efficacia delle terapie anti-SARS prodotte, precisando che anche la compravendita delle azioni si sta impennando, facendo segnare un +6,6 nell’arco di appena 24 ore.
Amministrata da Denis R. Burger ed Alan P. Timmins, presidente, la corazzata opera in partnership con investitors del calibro di Exelisis, DepoMed, XTL Biopharmaceuticals, Medtronic e SuperGen, tutte preveggenti sigle che negli ultimi anni hanno immesso nelle casse della società miliardi di dollari in danaro fresco. Nel 2001, nonostante sia stato l’anno “terribilis” delle Torri gemelle – si legge nella lettera rivolta agli azionisti – la sola Medtronics ha effettuato investimenti in AVI pari a ben 10 milioni di dollari, con opzioni per arrivare fino a 100.

Rath in campo
Componente di punta del Cartello petrolchimico statunitense, AVI fa la sua comparsa sulla stampa mondiale a fine aprile, come previsto dal «piano terroristico-mediatico» messo a punto dagli strateghi del governo americano con largo anticipo. A rivelarne i contorni è un medico tedesco, Matthias Rath, che pubblica un’intera pagina a pagamento riguardante i «Piani di guerra del Farmacartello» il 20 marzo scorso, sull’«Herald Tribune» e, due giorni dopo, sul «Corriere della Sera».
Attraverso il lungo comunicato, ma soprattutto scandagliando fra le pagine web della Dr. Rath Health Foundation, scopriamo che un libro uscito nel 1979, «Rockefeller Medicine Men: Medicine and Capitalism in America», del ricercatore Richard Brown, rivelava fin da allora le connection fra i trust farmaceutici ed il Rockefeller Group, colosso delle mediazioni finanziarie transplanetarie.
Intanto anche le notizie sui rapporti tra il Rockefeller Group e la famiglia Bush, oggi accuratamente coperte dai media, venivano apertamente riportate in un altro articolo di Sam Howe Verhovek apparso sul «New York Times» del 13 marzo 1998, alla vigilia della campagna presidenziale, e ripubblicato sul sito del dottor Rath. Una lunga inchiesta, dalla quale emerge, fra l’altro, il ruolo chiave svolto dal gruppo intitolato al magnate americano nella Commissione Trilaterale, vale a dire la supercupola statunitense composta dai vertici delle Forze Armate, magistratura, membri del governo in carica ed esponenti della CIA.
Per chiudere il cerchio, Rath indica che lo stesso Rockefeller Group non è solo la cassaforte finanziaria del monolite petrolchimico, ma anche il colosso che regge le sorti economiche dell’informazione, a cominciare dalla CNN. «E’ così – conclude il medico – che senza scrupoli hanno imposto la logica del «business with disease», disseminando il pianeta di guerre ed epidemie mortali».

MAI DIRE BLAIR
Le logiche del sistema petrolchimico spiegano anche, tra l’altro, i motivi reali dell’alleanza di ferro tra Bush ed il premier britannico Tony Blair, a capo di un Paese che é, dopo gli Usa, il secondo produttore mondiale di farmaci & affini. La circostanza, peraltro, veniva già chiaramente indicata dall’infausto Progetto per un nuovo secolo americano. Nel documento top secret il Regno Unito veniva infatti descritto come “il mezzo più efficace per esercitare un’egemonia globale americana”, mentre si precisava che le missioni militari per realizzare tale scopo “richiedono un’egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite”. Un colpo “preventivo”, quindi, al cuore dell’ONU come organismo di pace. Nello stesso anno, il 1998, due fra i redattori del Progetto, Ramsfeld ed il teorico della destra spinta Paul Wolfowitz, scrissero a Bill Clinton esortandolo alla guerra contro l’Iraq e alla rimozione di Saddam Hussein, perché “rappresenta un pericolo per una significativa porzione dei rifornimenti mondiali di petrolio”.
Miguel Martinez, il giornalista che ha ripreso e diffuso il primo articolo del Sunday Herald, aggiunge che “già alla fine degli anni Cinquanta un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo Paese: una coalizione sempre più stretta fra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra ed una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio”.

EMBARGO “TURISTICO”
Dopo le rivelazioni del periodico scozzese, una serie di interrogativi a cascata hanno affollato la mente dei pochi che, attraverso il web, si sono messi a lavorare per scambiarsi informazioni o interpretazioni capaci di completare il mostruoso puzzle di cui, purtroppo, tutte le principali tessere stanno trovando la loro “giusta” collocazione. Ci si chiede, ad esempio, se le propaggini canadesi dell’infezione rientrassero nel piano prestabilito, o se al contrario rappresentino un “incidente di percorso”.
Mancano, al momento, risposte attribuibili a fonti autorevoli. Ma le ipotesi lanciate sulla rete appaiono notevolmente verosimili. Ecco, ad esempio, alcune considerazioni pubblicate dal principale sito mondiale della galassia No Global, Indymedia: “Gli Usa e Israele – si legge in un circostanziato contributo diffuso lo scorso primo marzo – sono le uniche nazioni “occidentali” che non hanno attivato realmente quelle contromisure che sono state realizzate in tutto il mondo e persino in Italia a difesa di eventuali diffusioni del virus”.
A conferma di questa ipotesi si pone la notizia diffusa lo stesso giorno dalle agenzie internazionali e riportata in Italia da Repubblica: proprio nelle ore calde precedenti l’attacco in Iraq, e con la Sars alle porte, “l’amministrazione americana ha deciso di licenziare circa seimila addetti alla sicurezza negli aeroporti, pari all’11 per cento circa del totale, anche perché la minaccia terroristica sembra ora meno presente”.
Quanto al Canada, dove comunque esiste una vastissima comunità cinese, “é evidente – si legge ancora su Indymedia – che é stato punito per non aver partecipato ai crimini di guerra in Iraq, ma anche per essere una nazione che ha sempre dichiarato di fornire aiuti a Cuba”. Oggi risulterebbe vittima di quel fenomeno che in tanti ormai chiamano “embargo turistico”, con la cancellazione ufficiale, dopo le prescrizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla lista dei Paesi in cui si può viaggiare senza rischi. E conseguente crollo dei fatturati connessi al gigantesco indotto turistico, così come sta accadendo alla Cina, a Taywan e alle Filippine.
Caduto sul fronte del conflitto batteriologico, l’epidemiologo marchigiano Carlo Urbani sarebbe la prima vittima illustre della guerra invisibile dichiarata dagli Stati Uniti contro la Cina e i Paesi non allineati. Molti dubbi circondano ancora alcuni aspetti della sua infezione e morte, a cominciare dal fatto che difficilmente un ricercatore del suo calibro avrebbe omesso le precauzioni rivelatesi in grado, oggi, di preservare le migliaia di medici ed infermieri impegnati nella cura degli ammalati Sars. Senza contare il fatto che, pur essendo Urbani uno scienziato di riferimento dell’OMS, solo dopo la sua morte é scattato ufficialmente l’allarme sul nuovo flagello. Quasi che si attendesse quel “la” per generare l’ondata di panico nella popolazione mondiale. E’ per questo, per tutto questo, che oggi il virus sta subendo una nuova “mutazione”, questa volta solo di carattere terminologico. Da Severe Acute Respiratory Syndrome a Sistema Amerikano Ridimensionamento Supereconomie. Prima tappa: la Cina.

Tratto da www.lavocedellacampania.it


Il CUFI: 50 milioni di evangelisti per sostenere Israele

Agosto 28, 2006

Il nuovo movimento proisraeliano negli Stati Uniti
Il CUFI : 50 milioni di evangelisti per sostenere Israele
par Thierry Meyssan – tratto da Reseau Voltaire www.voltairenet.org/fr 

In un paese in cui i cittadini hanno abbandonato gli schieramenti politici per abbracciare chiese evangeliche, la formazione dell’opinione pubblica comincia con l’inquadramento dei fedeli. Mentre preparavano l’offensiva contro il Libano, il Pentagono e Tsahal, (l’esercito israeliano, ndT) organizzavano una federazione di cristiani sionisti, la CUFI , con la missione di trasformare 50 milioni di evangelici in militanti di guerra.
Per garantirsi il sostegno dell’opinione pubblica statunitense nella guerra contro il Libano – quindi alla Siria e Iran -, il Pentagono e Tsahal hanno realizzato una struttura di inquadramento, fin dalla fine 2005, per mobilitare 50 milioni di evangelici. L’asse centrale di quest’operazione è consistito nel federare i loro leader nell’ambito di una struttura i
deologica unica: Cristiani Uniti per Israele (CUFI). La funzione di questo nuovo gruppo non è di sostituirsi all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) (1) in termini di pressione nella classe dirigente, ma di propagare la teologia sionista nelle chiese evangeliche e fare in modo che il sostegno alle offensive israeliane sia percepito dalla maggioranza di degli Stati Uniti come un dovere religioso.


Nel gennaio 2006 esce un lavoro: “Jerusalem Countdown: A Warning to the World… the Last Opportunity for Peace (Il conto alla rovescia di Gerusalemme: un allarme per il mondo… l’ultima occasione per la pace) (2). Diventa immediatamente e per tre mesi, il principale best-seller venduto in supermercato negli Stati Uniti.
Riassumiamo la sua opinione provando a restare seri: l’Iran è diretto da fanatici che vogliono cancellare Israele della carta lanciando una bomba atomica su Gerusalemme. Dopo l’invasione di Israele da parte dei musulmani ed i Russi, una seconda guerra per il controllo di Israele opporrà gli Stati Uniti da un lato, alla Cina e l’Unione europea dell’altra. È là che sorgerà l’Anticristo(3) sotto forma del presidente dell’Unione europea. Infine una terribile guerra atomica concluderà questo ciclo. La battaglia decisiva si terrà a Meggido (Armaggedon). Allora il Cristo radiante potrà ritornare su terra ricompensare coloro che hanno creduto in lui. Fortunatamente Tsahal ed il Pentagono possono fare pendere la bilancia dalla loro parte intervenendo preventivamente, anche utilizzando nuove bombe nucleari tattiche. Occorre dunque consegnare la guerra senza aspettare.
L’autore di questo best-seller militar-religioso è il pastore texano John Hagee, la nuova stella del cristianesimo sionista (4). 

Le origini del cristianesimo sioniste
Storicamente il sionismo è un fenomeno cristiano ben prima d’essere ebreo. I cristiani sionisti credono di formare un secondo popolo eletto e pensano che il loro destino sia legato a quello del popolo ebreo. Per loro, il ritorno del Cristo non si verificherà prima che gli ebrei si siano raccolti in Palestina. Per accelerare la fine dei tempi, devono dunque ricreare uno Stato per gli ebrei e non avere timore di causare cataclismi apocalittici. Il primo capo di Stato a fare del suo paese una seconda Israele e volere la creazione di uno Stato ebreo in Palestina è il puritano inglese Oliver Cromwell nel XVII° secolo. Dopo la restaurazione della monarchia, quelli dei suoi seguaci che furono cacciati del regno fuggirono in Irlanda del Nord e nei Paesi Bassi, quindi fondarono delle colonie in Africa australe ed in America. 

Questa corrente politico-religiosa non scomparve da tutta l’Inghilterra. Trovò anche una nuova espressione con il primo ministro della Regina Vittoria, Benjamin Disraeli, che è oggi il riferimento storico principale dei neo-conservatori. Tuttavia il rabbinato si è sempre fortemente opposto alla creazione d’uno stato ebraico. Quando l’occasione si era presentata nel XII° secolo, aveva rifiutato una proposta in questo senso da Saladin Il Magnifico e non aveva mai cambiato la sua valutazione (5). I cristiani sionisti dovettero attendere il XIX° secolo e il nazionalismo di Theodor Hertzl per trovare ebrei secolarizzati che accettassero i loro piani.
Come ha mostrato Jill Hamilton, la decisione di Llyod George e lord Arthur James Balfour nel 1917 di creare un “focolare nazionale ebreo” in Palestina, se ha dato luogo a numerose giustificazioni retoriche, il migliore risultato è l’avvicinamento tra cristiani sionisti e nazionalisti ebrei (6).

Tuttavia quest’alleanza urtava una contraddizione: l’antisemitismo cristiano. In effetti, i cristiani sionisti affermavano che alla fine dei tempi gli ebrei avrebbero dovuto convertirsi al Cristo o precipitavano all’inferno. In breve, un buono ebreo sarebbe un ebreo convertito al cristianesimo. In ogni caso, le unioni d’interesse a breve termine passarono prima di questo tipo di considerazione, diventarono anche una politica.
Nel corso della guerra dei Sei giorni (1967), Israele prese coscienza del peso elettorale delle sette evangeliche sioniste negli Stati Uniti ed iniziò a finanziare il loro capo, il pastore Jerry Falwell, co-fondatore del Moral Majority (7). Nel 1978, fu invitato a piantare alberi in “terra promessa” e diede il suo nome ad una foresta. Nel 1979, il governo israeliano gli offrì un jet privato per aiutarlo nel suo ministero religioso. Nel 1980, il primo ministro Menahem Begin gli appuntò solennemente a New York la medaglia prestigiosa Zeev Jabotinsky, dal nome del pensatore di estrema destra che fu il suo mentore e di cui il padre di Netanyahu fu il segretario.

Quest’alleanza è stata istituzionalizzata nel settembre 1980 in occasione del voto di una risoluzione allo Knesset (parlamento israeliano, ndT) che afferma – in violazione del diritto internazionale – che Gerusalemme è la capitale di Israele, Begin finanzia la creazione dell’ambasciata cristiana internazionale di Gerusalemme (International Christian Embassy Jerusalem). Quest’organismo sviluppa il turismo evangelico e raccoglie fondi presso i pellegrini in favore dell’immigrazione ebrea. Perciò, ha aperto un “consolato” in ogni Stato d’America.
Nell’agosto 1985, l ‘ambasciata organizza con le autorità del regime d’apartheid sudafricano il primo congresso mondiale dei cristiani sionisti (8). Si tiene a Basilea (Svizzera) nella sala in cui 98 anni prima Theodor Herzl creò il movimento ebreo sionista.

Nell’ottobre 2003, i cristiani sionisti sigillano la loro alleanza con i neo-conservatori in occasione del vertice di Gerusalemme, in presenza di Ehud Olmert e di Benjamin Netanyahu (9).
Infine, il 5 gennaio 2004, l ‘ufficio capo di Gerusalemme ha creato un gruppo ad hoc di 14 parlamentari dello Knesset, i Christian Allies Caucus (10).
Tutte quest’operazioni sono state condotte con l’aiuto di un’organizzazione discreta, Fellowship Foundation, che supervisiona e finanzia con discrezione dal Pentagono una miriade di chiese evangeliche nel mondo (11).

La teologia delle due alleanze
L’originalità del pastore John Hagee è di avere conciliato la fede evangelica alla realtà dello Stato di Israele. Fin dal 1988, afferma che gli ebrei che osservano la legge di Mosè saranno salvati senza doversi convertire al Cristo. È la «teologia delle due alleanze»: Dio ha concluso patti diversi con i suoi due popoli eletti, gli ebrei e gli evangelici. Il reverendo Hagee è stato inizialmente respinto da Jerry Falwell, quindi reintegrato nell’accordo cristiano sionista, di cui diventa oggi il portavoce (12). Questo percorso e questa innovazione ideologica fanno di lui l’uomo ideale per trasformare il movimento religioso sionista cristiano in un lobby di massa per Israele.

Il 7 febbraio 2006, il reverendo John Hagee organizza in Texas una riunione di 400 pastori evangelici statunitensi in previsione della creazione di una federazione dei cristiani sionisti. Simultaneamente, lancia con l’ambasciata cristiana una rivista bimestrale diffusa come supplemento dal Jerusalem Post, la JP Christian Edition.
Il Jerusalem Post è un quotidiano neo-conservatore diretto da Aviv Bushinsky, ex consulente in comunicazione e portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il supplemento mescola articoli sul parco d’attrazione evangelica in Galilea e altri sulla minaccia iraniana, e i suoi bracci armati Hamas e Hezbollah. Vi si denunciano anche i professori universitari europei che analizzano la scrittura della bibbia nel suo contesto socio-storico e trattano Israele biblico come un mito. Lungi dall’essere un handicap per la sua nuova missione, l’estremismo del reverendo Hagee soddisfa i Likoudniks: non ha scritto un elogio dell’assassinio di Yitzhak Rabin, colpevole ai suoi occhi d’aver svenduto la “terra promessa”? (13)

La federazione dei cristiani sionisti nasce in occasione di un banchetto di 3.500 pastori e responsabili evangelici all’hotel Hilton di Washington… il 18 luglio 2006, cioè cinque giorni dopo l’inizio dell’offensiva israeliana contro il Libano. La Provvidenza fa bene le cose e questa è l’occasione di una mobilizzazione di tutte le organizzazioni evangeliche a favore di Tsahal. Al microfono, oltre al pastore Jerry Falwell, si succedono parlamentari statunitensi (i senatori Sam Brownback, John Cornyn, Kay-Bailey Hutchison et Rick Santorum, i rappresentanti Henry Bonilla), l’ambasciatore di Israele Daniel Ayalon e l’ex capo di stato maggiore il generale Moshé Yaalon. La nuova federazione prende il nome di Christians United for Israele (CUFI) (14).

Dalla folla, i parlamentari del CUFI realizzano Israel Allies Caucus alla Camera dei rappresentanti per fare accordi con i Christian Allies Caucus dello Knesset. Esso è copresieduto dal repubblicano Dave Weldon ed dal democratico Eliot Engel (15). Gruppi parlamentari identici sono in corso di formazione alle Filippine ed in Corea del Sud. Se il reverendo John Hagee è un predicatore di successo, a capo di un piccolo impero di comunicazione, non è la testa pensante del CUFI. La federazione cristiana sionista è diretta da David Brog, un assistente parlamentare sionista ebreo ed inoltre un cugino dell’ex primo ministro Israeliano Ehud Barak. Benché comprenda parlamentari democratici, la CUFI pesca quasi esclusivamente su territorio repubblicano. Mantiene evidentemente legami stretti con la Casa Bianca ed ha svolto un ruolo importante nell’adozione da parte del congresso di una risoluzione che «condanna i recenti attacchi contro lo Stato di Israele, che tiene i terroristi ed i loro stati sponsor come responsabili di quest’attacchi, e che sopporta il diritto di Israele all’autodifesa»(16). Testo redatto dall’AIPAC e votato con 410 voti contro 8 alla Camera dei Rappresentanti ed all’unanimità al Senato. Inoltre la CUFI ed Israel Allies Caucus hanno convinto 115 rappresentanti a scrivere al presidente Bush perché indurisca le sanzioni contro la Siria.

È David Brog che ha lanciato l’espressione “dolori del parto” a proposito del rimodellamento del Grande Medio Oriente, citando il vangelo secondo Matteo, capitolo 24.
Dalle guerre attuali, un mondo nuovo sorgerà. Gesù non ha detto: «Che molti verranno nel nome mio, dicendo: “Io sono il Cristo”; e travieranno dimolti. Perché dovrete sentire guerre e sentori di guerre. Guardate di non vi turbare. Che conviene ch’ogni cosa accada, ma non ancora la fine (…) e tutto ciò non farà che cominciare i dolori del parto». Un’espressione ormai ripresa da Condoleezza Rice per quegli evangelici aderenti alla politica neo-conservatrice (17).
«Israele fa il nostro lavoro e opera per i popoli liberi. I suoi nemici sono gli stessi nemici di quelli degli Stati Uniti. Si tratta di una battaglia che si iscrive in una guerra più ampia, quella contro la civilizzazione giudeo-cristiana delle forze del bene contro quelle del male (…) Israele è in prima linea nella guerra contro il terrorismo e possiamo soltanto sostenerlo», hanno dichiarato David Brog all’AFP, alcuni giorni fa(18).

Il principale lavoro di David Brog è di riunire ebrei e cristiani sionisti facendo dimenticare secoli d’antisemitismo cristiano (19). Non è facile in un paese che, due anni fa, applaudiva una pellicola di Mel Gibbson, “La passione del Cristo”, che rappresenta gli ebrei come deicidi (20). Nel maggio 2006, il sig. Brog ha pubblicato una libro: “Standing with Israele: Why Christians Support Israele” (Stare con Israele: perché i cristiani sostengono Israele) (21). Prendendo alcune libertà con la storia, vi afferma che i due popoli eletti si sono riconciliati quando gli Stati Uniti hanno superato il Terzo Reich ed hanno votato la creazione dello Stato di Israele.

L’impatto del CUFI
Il pastore John Hagee dispone di mezzi di comunicazione eccezionali. Produce due volte al giorno un talk-show diffuso da una delle tre grandi reti televangeliche al mondo, Trinity Broadcast Network (TBN). Questo programma, accessibile via satellite nel mondo intero è ricevuto da 92 milioni di case negli Stati Uniti. TBN è stata sempre legata ad Israele ed al governo sudafricano all’epoca dell’apartheid (22). Il reverendo Hagee può anche contare sulla casa editoriale del suo amico Steve Strang che pubblica il mensile Charisma
Inoltre John Hagee non ha problemi finanziari. Nel 2000, ha comperato un ranch a Brackettville (Texas) per 5,5 milioni di dollari gestito dal Texas Israel Agricultural Research Foundation. Può ricevere i suoi amici, i cui aerei atterrano sul suo aeroporto privato. Nel 2001, il salario di questo predicatore benedetto da Dio ammontava a 1,25 milioni di dollari (23)

Kevin Philips, che è considerato come uno dei migliori esperti di sociologia elettorale negli Stati Uniti, garantisce che l’amministrazione Bush si sostiene su tre gruppi sociali: la borghesia legata al petrolio, i fedeli evangelici, ed i pensionati che vivono a credito (24). L’inquadramento delle chiese evangeliche si è sostituita a quella dei partiti repubblicani, le evoluzioni teologiche sono determinanti per la politica di Washington
È troppo presto per affermare che l’obiettivo del CUFI è raggiunto. Tuttavia, di fronte agli eventi che insanguinano il Libano, il 68% degli Stati Uniti dichiara ai sondaggi che si sentono spontaneamente vicini ad Israele e 63% che l’amministrazione Bush deve proseguire o aumentare il suo sostegno militare a Tsahal (25).

Note:
[1] « Les fondamentalistes pour la guerre » par Thom Saint-Pierre, Voltaire, 3 avril 2003.
[2] Jerusalem Countdown : A Warning to the World…the Last Opportunity for Peace, par le révérend John Hagee, Frontline éd., 2006.
[3] Pour les chrétiens, l’Antechrist est un personnage qui doit venir avant (= ante) le Christ pour égarer les fidèles. Il est parfois appelé Antichrist pour souligner qu’il s’oppose (= anti) au Christ.
[4] « Pastor Strangelove » par Sarah Posner, American Prospect, 6 juin 2006.
[5] Les Croisades vues par les arabes par Amin Maalouf, j’ai lu, 1999.
[6] God, Gunns and Israel  : Britain , the First World War and the Jews in the Holy Land , par Jill Hamilton, Sutton Publishing, 2004.
[7] Jerry Falwell : An Unauthorized Profile, par William Goodman et James Price, Lynchburg , 1981.
[8] Prophecy and Politics, Militant Evangelists on the Road to Nuclear War, par Grace Halsell, Lawrence Hill & Company, 1986. L’auteur, qui a assisté au congrès en qualité de journaliste, était l’ancienne rédactrice des discours du président Johnson.
[9] « Sommet historique pour sceller l’Alliance des guerriers de Dieu », Voltaire, 17 octobre 2003.
[10] « The Judeo-Christian Alliance – Is the Messianic Era Beginning ? » Par Victor Mordechai, Israel Today Magazine, 16 février 2004. Le caucus est présidé par le député Yuri Shtern, l’un des membres du Bureau du Sommet de de Jérusalem.
[11] À ce sujet on se reportera aux trois présentations délivrées à la conférence Axis for Peace à propos de la percée évangélique en Amérique latine, dans le monde arabe, et en Afrique noire. Dont « Les Églises évangéliques et le jeu des États-Unis dans le monde arabe » par Charles Saint-Prot, Voltaire, 14 novembre 2005.
[12] La condamnation d’Hagee est publiée par Falwell dans Liberty Flame du 6 mai 1994 sous le titre « John Hagee : Heretic ? » Au passage, elle donne lieu à une critique de la vie privée du révérend Hagee qui divorca de sa première femme pour épouser une adolescente. Sa réhabilitation a lieu à l’occasion d’un meeting de la Liberty University , le 4 juillet 2002. Voir « Falwell festivities have surprise guest, » par Julia Duin, The Washington Times, 3 juillet 2002 ; et « Old foes Falwell, Hagee defuse fireworks ar ‘old-fashioned fourth’ », Church and State, septembre 2002.
[13] in The Beginning of the End, par John Hagee, STL, 1996.
[14] « Christian group to advocate more support for Israel  » par Julia Duin, The Washington Times, 13 juillet 2006. « Evangelical Christians plead for Israel  » par Richard Allen Greene, BBC, 19 juillet 2006.
[15] « Congress forms Israel Allies Caucus » par Etgar Lefkovits, The Jerusalem Post, 27 juillet 2006.
[16] Résolution HR 921 du 20 juillet 2006.
[17] « Les néo-conservateurs et la politique du « chaos constructeur » par Thierry Meyssan, Voltaire, 25 juillet 2006.
[18] « Pour des évangélistes, la guerre au Proche-Orient est “entre le Bien et le Mal” », AFP, 11 août 2006.
[19] « Birth Pangs of a New Christian Zionism » par Max Blumenthal, The Nation, 8 août 2006.
[20] « L’implosion de l’alliance judéo-chrétienne », Voltaire, 23 février 2004.
[21] Standing with Israel : Why Christians Support Israel, par David Brog, Frontline, 2006.
[22] Spiritual Warfare, The Politics of the Christian Right, par Sara Diamond, South End Press, 1989.
[23] « Critics say John Hagee’s compensation is too high » par Analisa Nazareno, San Antonio Express-News, 20 juin 2003.
[24] American Theocracy : The Peril and Politics of Radical Religion, Oil, and Borrowed Money in the 21st Century, par Kevin Phililips, Viking, 2006. Kevin Phillips est l’ancien conseiller électoral du président Nixon.
[25] Sondage CNN réalisé les 2 et 3 août 2006


LA STORIA UFFICIALE E’ UN VELO PER NASCONDERLO: HITLER ERA UN ROTHSCHILD

Agosto 28, 2006

LA STORIA UFFICIALE E’ UN VELO PER NASCONDERE LA VERITA’ DI CIO’ CHE REALMENTE ACCADE.
Quando il velo viene sollevato, ci accorgiamo non solo che la versione ufficiale è sbagliata, ma che lo è al 100%.

Prendete ad esempio i Rothschild.
Questa famiglia era anticamente nota, tra i tanti nomi, con quello di Bauer, e fu una delle tante famiglie note che praticavano l’occultismo nel MedioEvo Tedesco.

Presero il nome di Rothscild, che significa “Scudo Rosso” o esagramma stella di David, che si trovava sulla loro casa-villa a Francoforte.

La stella di David o Sigillo di Salomone ( prox libro di Dan Brown NdP301) è un antico simbolo esoterico associato poi agli ebrei da quando lo prese Rothschild. Esso non rappresenta alcun riferimento nè a David nè a Salomone, come confermano fonti ebraiche.
I Rothschild sono una delle famiglie dell’Elite degli Illuminati. A capo vi è Guy Rothschild.
Guy R. è uno dei più illustri manipolatori mentali del pianeta, come dimostrato da innumerevoli superstiti, tra cui donne e bambini.

I Riti Satanici sono una delle sue peculiarità, Dio solo sa quanti bambini sono scomparsi durante essi. Se ciò è privo di fondamento, IO sfido Rothschild a denunciarmi e dimostrarmi il contrario in tribunale. Egli è un multimiliardario che controlla comunicazioni e tribunali. In confronto io sono nessuno.

Andiamo Mr Rothschild esci dall’arena e portami in tribunale, dai fammi contento!
Già sento voci che si levano per accusarmi di “antisemitismo” perchè i Rothschild si proclamano “ebrei”.

Ma sapete che i Rothschild hanno mosso organizzazioni come la Lega Anti Diffamazioni e la B’nai B’rith letteralmente significa “Figli dell’Alleanza” per mettere a tacere questi voci? Non fatemi ridere. Amo gli ebrei come i negri e tutti gli altri, odio viceversa chi sfrutta queste menzogne.

Da notare che queste org. sono di proprietà dei Rothschild, la B’B fu fondata dai Roth nel 1843 per distruggere e diffamare a sua volta chiunque avesse osato condurre oneste ricerche.

Molti dei suoi portavoce hanno apertamente sostenuto che la Guerra civile americana avrebbe portato a condannare i leader neri chiamandoli antisemiti o razzisti. Ogni anno la Lega Antidiff consegna il premio Torcia della Libertà(tipico simbolo degli Illuminati)a chi ritiene meglio abbia sostenuto il ruolo di suo sostenitore. Un anno fu consegnato a Morris Dalitz, uomo vicino al sindacato del crimine di Mayer Lansky che ha terrorizzato l’America.
Scelta perfetta.

MA ALLORA CHI ERA HITLER?

Naturalmente i sentimenti che animano l’accesa condanna nei confronti dei gruppi antisemiti di oggi risale alla persecuzione ebraica ad opera del nazismo e di Adolf Hitler.
Basta fare indagini o sollevare le riserve sui Rothschild o su altri ebrei o organizzazioni per essere bollato come nazi.

Eppure è stato dimostrato in tanti libri e da un’infinita di studiosi, che Adolf Hitler e i nazisti sono stati creati e finanziati dai Rothschild.

Furono loro che organizzarono l’ascesa al potere di Hitler attraverso società segrete a capo degli Illuminati presenti in Germania, come la Società Thule, la Società Vril e altre; furono i Rothschild a finanziare Hitler attraverso la Banca d’Inghilterra e altre fonti sono la Banca Kuhn Loeb, che finanziò anche la Rivoluzione Russa. Il cuore della macchina da guerra di Hitler fu il genio chimico I.G.Farben. Anch’egli controllato dai Rothschild tramite società finanziarie, attraverso i valletti dei Warburg.

La Standard Oil dei Warburg gestiva Aushwitz, ma era ufficialmente dei Rockefeller (l’impero Rockefeller era stato creato, tra gli altri, dai Rothschild). Essi possedevano anche i mezzi di comunicazione, e così controllavano il flusso di notizie date al pubblico.

Guarda caso le loro proprietà non erano state sfiorate da una bomba in tutta la guerra! Altre fabbriche lì vicino erano state demolite dai raid aerei.

Quindi dietro la forza di Hitler vi era la mano sapiente dei Rothschild, proprio coloro che nel mondo sostengono la razza ebraica… Gli ebrei sono per loro, come tutto il resto della popolazione, solo bestiame da usare e muovere a proprio vantaggio. Ma attenti Hitler non poteva appartenere alla famiglia Rothschild perchè ha massacrato quel popolo, insieme a zingari e comunisti e chi non gli piaceva, mentre i Rothschild difendono quel popolo facendone parte, e quindi, mai avrebbero fatto un orrore del genere.

Oh, davvero?

Non solo Hitler fu sostenuto dai Rothschild, ma diverse prove dicono che lui fosse un Rothschild.Tra cui il libro dello psicanalista Walter Langer, The mind of Hitler.
Questo calza a pennello sulla propaganda organizzata dagli Illuminati per spianare la strada al potere ad Adolf Hitler.

Egli venne sostenuto anche dai Windsor (in realtà casata tedesca dei Sassonia-Coburgo- Gotha), e tra questi figurava Lord Mountbatten, un Rothschild, un satanista. I dati sul legame tra nazisti-britannici devono ancora emergere del tutto, ma uno studioso di nome Langer ha scritto:

“Il padre di Adolf, Alois Hitler, era figlio illegittimo di Maria Anna Schiklgruber. Si pensava fosse Georg Hiedler. Ma (…)ciò è altamente improbabile(in Austria era saltato fuori un documento)(…)che dimostra che Maria Anna S. fosse a Vienna al momento del concepimento. A quel tempo era la domestica del barone Rothschild. Non appena scoperta la sua gravidanza fu cacciata…e nacque Alois”. Le informazioni di Langer provengono da un alto ufficiale della Gestapo, Hansjurgen Koelher, e furono pubblicate nel 1940 col titolo Inside the Gestapo.

Quel fascicolo scrisse “provocò tanto scompiglio quanto mai prima”. Egli rivelò anche che:

“(…)Attraverso quei fascicoli scoprimmo tramite certificato di nascita, scheda di registrazione della polizia, i protocolli ecc, alcune cose che il cancelliere tedesco riuscì a ricomporre come un puzzle, dandogli una coerenza logica”.

“Una giovane serva (la nonna di Hitler)arrivò a Vienna e divenne domestica presso alcune delle famiglie più potenti e ricche di Vienna. Ma, sfortunata, venne sedotta e abbandonata mentre aspettava un bambino e venne rispedita al villaggio natale…

Qual era la famiglia viennese presso cui lavorava? Non era una domanda poi così difficile.

A Vienna era già da tempo in funzione un registratore obbligatorio presso il commissariato di polizia, ella lavorava presso i…Rothschild (ma dai!? P301) e il nonno ignoto di Hitler doveva trovarsi in quella casa. Il fascicolo Dolfuss si fermava a questa osservazione”.

Forse Hitler era così determinato a conquistare l’Austria per distruggere ogni traccia del suo retaggio?

“Mi pare che Hitler conoscesse le sue origini ancor prima di diventare Cancelliere.
Come suo padre, quando il gioco si fece duro, si trasferì a Vienna; poco dopo la morte della madre nel dicembre 1907, Adolf partì per Vienna. Pare che là abbia fatto perdere ogni sua traccia per 10 mesi! Ciò che fece in quel periodo è un mistero, ma noi possiamo presupporre che si fosse intrattenuto a conoscere i suoi cugini e per valutare il suo potenziale in vista di future eventuali imprese”.

Philip Eugene de Rothschild, sostiene di essere un discendente dei Roth come lo fu Hitler o altre migliaia di persone cresciute e allevate da essi, prima di essere affidati a famiglie di facciata, al fine di ricoprire posizioni di privilegio sotto falso nome e illegittimamente.

Ma quale dei Rothschild era il nonno di Hitler?

Alois, il padre nacque nel 1837 nel periodo in cui Salomon Mayer era l’unico Rothschild che viveva a Vienna. Persino la moglie era tornata a Francoforte dopo il fallimento del loro matrimonio.

Il loro figlio, Anselm Salomon, trascorse la maggior parte della sua vita lavorativa tra Parigi e Francoforte, lontano da Vienna e dal padre.

Così, il vecchio e solo Salomon Mayer Rothschild è il sospettato numero 1.

E Hermann von Goldschmidt, figlio di un impiegato di Salomon Mayer, scrisse un libro pubblicato nel 1917, che riporta a proposito si Solomon: “…dal 1840 aveva sviluppato un particolare entusiasmo per le giovinette”…e…”aveva una passione lasciva per le bambine, e le sue avventure con loro furono messe a tacere dalla polizia”.

La nonna di Hitler era una giovane ragazza che lavorava sotto quello stesso tetto e che divenne ben presto oggetto delle attenzioni e voglie di Mr Salomon.E rimase incinta proprio mentre era in servizio in quella casa.

Suo nipote divenne cancelliere tedesco, grazie all’appoggio finanziario dei Rothschild, e diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale che fu così centrale per il piano globale degli Illuminati.

Fonte : C30